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Il disastro di Chernobyl

 

IL DISASTRO DI CHERNOBYL
Il disastro di Chernobyl è l'incidente avvenuto nel 1986 presso la centrale nucleare di Chernobyl, città industriale dell'Urss (oggi Ucraina) che causò la morte di migliaia di persone e gravi danni ambientali al territorio e alle aree circostanti, ma con ricadute negative fino alle propaggini europee più vicine allo stato sovietico. 



LE CAUSE DELL'INCIDENTE NUCLEARE

Secondo le ricostruzioni storiche l’incidente sarebbe stato dovuto a degli errori di procedura del personale addetto, avvenuti durante l’esecuzione di un test di sicurezza che si stava svolgendo sul reattore 4. Scopo dell’esperimento era quello di “…provare a mantenere freddo il reattore nel frattempo che si manifestava uno stop improvviso e totale dell’elettricità, con lo scopo di ristabilire l’alimentazione straordinaria alle pompe d’acqua”.

GLI INCIDENTI PRECEDENTI E LA PRIMA SMOBILITAZIONE
Presso l’impianto si erano fatti test simili già dal 1982 ma quest’ultima volta il rettore lavorò in condizioni di instabilità senza che nessuno dei tecnici se ne rendesse conto, anche quando la potenza venne abbassata e si innescò una reazione che, in piena notte, fu la causa dell’esplosione che produsse una gigantesca nuvola di materiale radioattivo. A seguito dell’accaduto fu immediato l’intervento dei vigili del fuoco, ma l’emissione radioattiva fu impossibile bloccarla e il primo provvedimento dei dirigenti sovietici dopo il tentativo di sigillare l’area, fu di evacuare le oltre 300 mila persone che vivevano attorno, sia nella città di Chernobyl che nella sua municipalità Pryp"jat'.

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GLI EFFETTI DELLA NUBE TOSSICA FINO AGLI STATI UNITI
In un primissimo momento l’Unione Sovietica cercò di censuare la notizia oltre confine, ma in pochi giorni la nube tossica raggiunse le nazioni europee, prima fra tutte la Svezia e poi i paesi dell’ex blocco sovietico: Germania dell'Est, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Grecia, Jugoslavia. Livelli di tossicità furono poi riscontrati più a occidente su tutto il resto del continente, tra cui: Italia, Austria, Germania, Francia, Gran Bretagna, fino a varcare la distanza atlantica e arrivare alle coste orientali degli Stati Uniti.

LA SOTTOSTIMA DEI MORTI E DEGLI AMMALATI
Secondo il rapporto Onu, Chernobyl Forum, l’incidente causò 65 morti ma a causa delle radiazioni oltre 4 mila persone, in età compresa tra i 0 e i 18 anni, si ammalarono di tumore alla tiroide. Queste valutazioni, ritenute sottostimate a fronte dell’entità dell’evento, furono (e sono tutt’ora) contestate da numerose associazioni internazionali, tra cui Greenpeace che invece stimò che nei successivi 70 anni dall’evento, circa 6.000.000 persone avrebbero avuto un tumore causato dalle radiazioni; mentre il gruppo dei Verdi dichiarò pubblicamente con un discorso al parlamento europeo che la stima di morti presunte sarebbe dovuta essere compresa in una forbice tra 30 mila e 60 mila persone.



IL CONFRONTO CON FUKUSHIMA
L’11 marzo del 2011 in Giappone, nella città costiera di Fukushima sede di una delle più importanti centrali nucleari del paese, a seguito di uno tsunami che investì quel tratto di costa, conseguente a sua volta del terremoto verificatosi un’ora prima nella regione del Tōhoku, avvenne il secondo incidente nucleare della storia.

A seguito dell’evento fu inevitabile il confronto con ciò che era accaduto 25 anni prima a Chernobyl. In entrambi i casi l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica classificò l’incidente nella categoria “catastrofico”, cioè il livello massimo di gravità, detto anche “livello 7”.

-          La differenza sul fattore umano

Nel confronto tra i due disastri, il primo elemento distintivo che si nota, è la differenza di conseguenze umane, ovvero le ripercussioni dirette sulle persone (addetti ai lavori e cittadinanza circostante alla centrale). E così, se nella città ucraina morirono subito quasi 70 persone e si ebbero conseguenze per alcuni milioni; in Giappone i livelli di radiazioni costrinsero le autorità a far evacuare il circondario (184 mila persone) ma non ci furono decessi correlati. Rimasero invece ferite 16 persone a causa delle esplosioni di idrogeno e due operai ustionati dalle radiazioni. Sul versante più tragico invece, attualmente, non si riconoscono vittime dirette dall’incidente ne dalle conseguenti radiazioni, sebbene, alcune ipotesi stanno vagliando sulle cause di decesso di oltre 1000 persone oltre i 60 anni comprese tra gli evacuati.

-          La differenza geopolitica

Un’altra diversità tra i due incidenti fu ovviamente il momento storico in cui avvennero: il primo, Chernobyl, in un mondo diviso dalla Guerra Fredda, con rapporti tra gli stati appartenenti ai rispettivi blocchi molto limitati (nell’Urss vigeva il segreto militare) che impedivano la divulgazione delle notizie, al punto che l’ufficializzazione dell’incidente da parte delle autorità sovietiche avvenne solo tre giorni dopo; all’epoca di Fukushima invece il mondo era già globalizzato e il disastro fu trasmesso in diretta televisiva in tutto il mondo. 

-          La differenza organizzativa

Dalle ricostruzioni postume svolte da commissioni esterne, confrontate con quelle divulgate dallo stato sovietico, l’incidente di Chernobyl fu la conseguenza di un errore organizzativo che era la sommatoria di una serie di precondizioni:

  1. difetti di progettazione dell’impianto; 
  2. personale volutamente non qualificato dallo stato che non aveva conoscenze sufficienti sul funzionamento della struttura, causa segreto di stato
  3. errore fatale nello svolgimento di un test di routine su una centrale che era ancora relativamente nuova (entrata in funzione appena 9 anni prima).

L'ERRORE DI PROGETTAZIONE A FUKUSHIMA 
A Fukushima invece, la struttura era operativa da oltre quarant’anni. Fu infatti costruita tra il 1971 e il 1979, e l’errore che determinò l’incidente fu più progettuale che organizzativo, in quanto venne costruita una barriera protettiva da maremoto con onde di altezza inferiore a quelle causate dal terremoto del 2011 che invece produsse un moto ondoso con altezze superiori ai 14 metri. Fu per questo motivo che le barriere da soli 6 metri di altezza vennero facilmente varcate dall’acqua che irruppe nell’impianto distruggendo i generatori di sistema del raffreddamento, causando tre crisi nucleari, alcune esplosioni di idrogeno e ovviamente il rilascio di materiale radioattivo.


**Foto di Ilja Nedilko Unsplash license

LA DINAMICA DELL’INCIDENTE DI CHERNOBYL
Le esplosioni che causarono il disastro di Chernobyl iniziarono alle 1:23':45” del 26 aprile 1986 e riguardarono il Reattore Quattro dell’impianto. Si verificarono prima due esplosioni a distanza ravvicinata: la prima produsse la liberazione di vapore ad altissima temperatura e ad altissima pressione, il quale proiettò in aria il disco di copertura del cilindro che conteneva il nocciolo (oltre 1000 tonnellate) che ricadde direttamente sulla stessa apertura; la seconda esplosione interessò la grande quantità di idrogeno e di grafite polverosa che venne liberata dal nocciolo. Questa ultima deflagrazione fu molto più potente e distrusse ciò che era rimasto della copertura.

Alle due esplosioni seguì il grosso incendio che riguardò proprio la grafite del nocciolo che disperse nell’aria una enorme quantità di radioattività.

LA NATURA DELL’INCIDENTE
Le esplosioni che produssero l’incidente di Chernobyl non furono nucleari ma termochimiche: non furono cioè reazioni a catena di fissione nucleare, ma la conseguenza del surriscaldamento del nocciolo che determinò un aumento di pressione tale da arrivare all’esplosione. L’aumento del gas fu dovuto al fatto che l’acqua e i metalli andarono incontro a scissioni interne alle loro molecole, come ad esempio quella dell’acqua che si divise in idrogeno e ossigeno.

LE CONSEGUENZE DELLE RADIAZIONI
L’incidente di Chernobyl come detto produsse prima di tutto una nube tossica e una elevatissima quantità di radiazioni nocive che inquinò prima di tutto il territorio circostante e poi, via via si estese a livelli di intensità progressivamente inferiore man mano che ci si allontanava dal sito. L’impreparazione alla gestione delle operazioni di test da parte del personale addetto fu il riflesso di una trascuratezza generale dell’intero apparato statale che gestiva l’impianto. Fin da subito non si trovarono ad esempio le strumentazioni necessarie alla misurazione delle radiazioni perché una parte di esse, quelle più attendibili, erano chiuse in cassaforte.

** Foto di Ilja Nedilko Unsplash license

L’INTERVENTO SUICIDA DEI VIGILI DEL FUOCO
A pochi minuti dall’esplosione arrivarono subito le squadre dei vigili del fuoco, sia della caserma locale distante poche centinaia di metri dalla centrale che videro in diretta il fungo di fumo prodotto dalle esplosioni, sia della caserma della vicina di Pryp"jat'. Il loro intervento fu svolto usando un equipaggiamento normale, senza nessuna precauzione contro l’enorme quantità di radiazioni che erano state prodotte dall’incidente: basti pensare che nel terreno immediatamente circostante alla struttura si trovavano detriti di grafite altamente radioattiva, su cui, gli stessi vigili vi camminavano sopra durante le operazioni di spegnimento. Infatti, nel giro di pochi interventi la maggior parte di loro accusarono i primi segni di esposizione radioattiva, come vomito e vertigini e dovettero essere trasportati in ospedale. Le conseguenze di quelle radiazioni furono quasi tutte fatali nel giro di poche settimane e tra essi, vi fu il tenente della prima squadra di intervento, Vladimir Pravik, che perse la vita quindici giorni dopo l’intervento.

ALLE 7 FINITA L’EMERGENZA
Intanto alle 7 del mattino una buona parte degli incendi furono spenti e l’emergenza rientrò ma la colonna di fumo e il vapore odoroso continuavano a fuoriuscire dal cratere.

LO SGRETOLAMENTO DEL REGIME A PARTIRE: L'IMMAGINE PUBBLICA DOPO L'INCIDENTE
L’incidente di Chernobyl fu ritenuto dal regime, fin dai primi momenti, un problema d’immagine dello stato sovietico rispetto alla propria identità nazionale e al resto del mondo. Questo perché: 1) era determinante per la stabilità interna curare l’immagine di un apparato statale efficiente e forte, in grado di mantenere l’ordine tra le convivenze di popoli diversi che costituivano l’Unione Sovietica e conservare la stabilità tra i vertici dominanti e le classi sociali subalterne e 2) il valore dell’immagine sovietica era altrettanto importante a livello internazionale, in quanto era fondamentale per giocare un ruolo negli equilibri geopolitici mondiali dare quanto meno l’idea di un paese forte, stabile ed efficiente pur essendo il tanto avversato (dall’Occidente liberale) regime comunista.

APPARIRE FORTI MEGLIO CHE ESSERLO
Con l’incidente di Chernobyl era però emerso chiaramente che l’inefficienza dell’apparato sovietico non era stato in grado di gestire una risorsa – quella energetico-nucleare – di essenziale importanza per quella che allora doveva essere la seconda potenza mondiale. A questo punto, gli altri gradi sovietici, una volta resisi conto che il disastro avrebbe avuto ripercussioni a catena su tutti i nodi cruciali dell’assetto statale (sociale e politico interno; geopolitico; energetico e, non ultimo, ecologico-ambientale) bisognava correre ai ripari con la censura e la disinformazione a trecentosessanta gradi.

LE COMUNICAZIONI DELL’INCIDENTE E LA DIVULGAZIONE PUBBLICA
A poche ore dall’incidente, agli occhi degli ingegneri e dei tecnici in servizio in quel momento all’interno della centrale e, a pochi minuti dall’inizio del sopralluogo dei primi soccorritori, nonché agli occhi dei cittadini spettatori dello scoppio, fu chiaro che quel fatto fu un chiaro segnale che la situazione era grave e irreversibile. Quando seguirono gli arrivi dei dirigenti sovietici spediti direttamente da Mosca e accompagnati a loro volta dagli esperti in materia di massimo rilievo nazionale, la conferma che l’accaduto avrebbe avuto contraccolpi a tutto tondo sul sistema sovietico arrivò quasi subito. Il problema che subito si pose l’apparato fu: come nascondere il fatto agli occhi, prima dell’opinione pubblica locale e nazionale e, non ultimo, della platea internazionale?

** Questa foto è stata scattata a Kiev (Ucraina) dal fotografo Arrigo Lupori (Unsplash license) nel 2015 e rappresenta ciò che indossarono i manifestanti che si opposero alla corruzione dilagante nel paese, la quale forse fu alla base dell'alto tasso di inquinamento e radioattività dei territori contaminati anche dall'incidente di Chenobyl del 1986.  

I PRIMI MALESSERI FISICI FURONO MONITO DI NON RITORNO
Intanto a pochi minuti dai primi sopralluoghi sia interni da parte del personale di guardia della centrale; sia esterni da parte dei vigili del fuoco chiamati a spegnere l’incendio, si cominciarono a registrare i primi malesseri fisici: ustioni, colpi di calore e difficoltà respiratorie. A macchia d’olio il malessere si estese poi un sempre maggior numero di persone che dovettero subito ricorrere alle cure mediche degli ospedali vicini i quali, in breve, subirono un intasamento delle loro corsie. 

I TENTENNAMENTI INIZIALI
Subito dopo l'incidente, che la situazione fosse in caduta libera tuttavia, i vertici politici la ignorarono o la negarono per 2 motivi:

  1. tra Mosca e Chernobyl vi era una distanza geografica che dava all'incidente un'accezione di lontananza fisica molto marcata;
  2. l'indottrinamento e il rigore militare, nonché l'elefantiaco sistema politico-gestionale in cui erano costretti a lavorare frenavano qualsiasi iniziativa personalistica comprese quelle di buon senso e di prontezza amministrativa e d'intervento. 

Ben presto, dai primi rapporti, sebbene gli strumenti di misurazione delle radiazioni non fossero all’avanguardia, coloro che erano sul posto si resero conto che i danni sarebbero stati ingenti. Tutto ciò sebbene il presidente dell’Unione Sovietica, Michail Gorbačëv fu informato dell’accaduto alle 2 del mattino stesso, così come il ministro dell’Energia Anatolij Majorec e il presidente del consiglio Nikolaj Ivanovič Ryžkov, ma nessuno di questi vertici fu consapevole della gravità del fatto. Seguirono a ciò, anche dopo il primo sopralluogo istituzionale, un colpevole tentennamento sul da farsi nell’immediato: evacuare la popolazione oppure cercare di insabbiare tutto fin da subito? A dare manforte alla ipotesi “evacuazione” ci pensarono le tre esplosioni successive del reattore (ore 21 locali) le quali convinsero tecnici e dirigenti che ormai l’impianto era fuori controllo e bisognava andare via al più presto.

** Foto a destra: hotel abbandonato a Chernobyl.  Dasha Urvachova (Unsplash license)

L’ELEFANTE SOVIETICO SI MUOVE
Fu così che il dirigente Boris Ščerbina prese in mano la situazione e il giorno dopo l’incidente erano già pronti gli elenchi dei cittadini da evacuare. Attivare l’evacuazione ma anche contenere le conseguenze dell’autodistruzione dell’impianto, erano queste le due principali mansioni del tirannico dirigente. Furono così mobilitati i militari con alla testa il generale Antoškin, già capo dello stato maggiore delle forze aeree di Kiev, ma anche il vicecapo della protezione civile Ivanov, quello del ministero degli Interni ucraino Berdov e delle costruzioni macchine di medie dimensioni Meskov, nonché il viceministro della Sanità Vorob'ëv e il coordinatore degli esperti per la messa in sicurezza del reattore, Legasov.

RAFFREDDARE, SIGILLARE E MORIRE
In contemporanea alle operazioni di evacuazione della cittadina furono avviate quella di chiusura del reattore. I tentativi disperati di raffreddare il nocciolo immettendo acqua non avevano avuto esito positivo, anzi, i vapori prodotti dagli allagamenti dei sotterranei erano radioattivi, così come lo era l’aerosol prodotto dalle incandescenze del cratere. La temperatura dei materiali aveva superato i 1000°C e c’era il rischio di fusione dell’uranio del reattore con inevitabile aumento delle radiazioni e in più, la continua combustione della grafite sarebbe potuta durare mesi con conseguenze ambientali a livello planetario. Quindi, non restava che tamponare la situazione sigillando il reattore mentre solo in un secondo momento si decise di spegnere l’incendio del cratere riversandovi sopra, tramite l’uso di elicotteri, tonnellate di boro, sabbia, silicati e dolomia. L’operazione fu molto difficile e fu la causa anche di un incidente mortale in cui uno dei primi elicotteri a sorvolare sul cratere col carico, vi precipitò dentro.


IL PESO DELLA GUERRA FREDDA NELLA SEGRETEZZA DELL’INCIDENTE
L’incidente di Chernobyl accadde nel 1986 e, sebbene fossimo agli sgoccioli della Guerra Fredda, l’Unione Sovietica tentava con le ultime forze rimaste di tenere in piedi il confronto con gli Stati Uniti e il blocco occidentale anche attraverso la cosiddetta “guerra di propaganda”, ovvero quella cura dell’immagine internazionale finalizzata a intimorire l’avversario attraverso l’”apparenza”. La guerra di propaganda rivestiva un ruolo sempre più grande in Unione Sovietica man mano che la forza reale del regime si andava affievolendo e ciò fu reso ancora più evidente proprio nel 1986, quando furono fatti tutti i tentativi di insabbiare l’incidente di Chernobyl per non dare agli avversari la giusta dimensione della propria difficoltà interna, specialmente nella gestione di una risorsa strategica come la produzione e la gestione dell’energia nucleare. Per decenni Est e Ovest avevano nascosto ogni informazione relativa ai rispettivi esperimenti nucleari e non ultimo, ai numerosi incidenti che di volta in volta capitavano durante le operazioni, molti dei quali con pesanti conseguenze in termini di perdita di vite umane, risorse materiali ed economiche, danni ambientali.

DA CHERNOBYL AL MURO DI BERLINO
La macchina politico-militare sovietica però, a metà degli anni ’80, mostrava inevitabilmente anche all’esterno le crepe del proprio sfacelo. E il trionfalismo di facciata faticava a compensare l’immagine negativa prodotta da inchieste giornalistiche occidentali (ma anche interne) sempre più minuziose e veritiere. L’incidente di Chernobyl fu uno degli ultimi colpi inferti all’impalcatura di regime che di lì a poco, nel 1989, avrebbe visto l’abbattimento del muro di Berlino e il progressivo scioglimento del blocco sovietico.

LA PIAGA DEGLI INCENDI E L’INCREMENTO DEI LIVELLI DI RADIOATTIVITÀ
Secondo il rapporto del Comitato scientifico delle Nazioni Unite che studia l’effetto delle radiazioni ionizzanti, pubblicato nel 2000, è stato stimato che il disastro di Chernobyl del 26 aprile 1986 ha provocato il rilascio di 5.300 PBq di radioattività nell’atmosfera, ovvero una quantità 400 volte superiore rilasciata dallo scoppio della bomba di Hiroshima (6 agosto 1945). Secondo tale ricerca, ad essere stati più contaminati dal cesio-133 furono gli strati più superficiali del terreno dove, funghi e piante, hanno potuto assorbire gran parte dei veleni. La regione attorno a Chernobyl è un territorio ricco di aree boschive che molto spesso viene preso di mira dagli incendiari, capaci di produrre roghi anche così grandi da rilasciare nell’atmosfera ingenti quantità di pulviscolo radioattivo derivato dalla combustione delle aree verdi contaminate. È così che nello stesso anno del disastro, nel 1986, una serie di incendi mandò in fumo oltre 23 km2 di foresta e pochi anni dopo, nel 1992, venne bruciata un’area pari 5 km2 che portò a un ulteriore aumento dei livelli di cesio nell’atmosfera.

  • La Foresta Rossa e la resistenza alle radiazioni di pioppi e betulle

La Foresta Rossa è il nome dato ad una pineta di 4 km2 di estensione che si trovava ad un raggio di 10 chilometri dal luogo del disastro di Chernobyl e che, a causa delle radiazioni assorbite, cambiò colore da verde a rossiccio morendo definitivamente pochi mesi dopo. A resistere all’impatto radioattivo furono invece le betulle e i pioppi perché dotate di un sistema di difesa naturale da questo tipo di inquinanti più efficace del pino.

  • La minore capacità di sopravvivenza degli animali rispetto ai vegetali all’attacco radioattivo

A resistere meno all’inquinamento radioattivo prodotto dal disastro di Chernobyl furono senz’altro gli animali, uomo compreso ovviamente. Questo perché, secondo le osservazioni di biologi, chimici e anatomopatologi gli organismi animali avendo sviluppato nel corso dell’evoluzione una differenziazione cellulare più specialistica rispetto ai vegetali, non sono in grado, una volta colpito un organo dal danno radioattivo, di sostituire quelle cellule specializzate solo per quella funzione con altre similari. Questo invece non avviene negli organismi vegetali, dove, l’obbligo di resistere agli attacchi esterni (inquinamento, atmosferico, animale) perché impossibilitati a spostarsi, ha fatto si che le piante potessero sviluppare un adattamento cellulare più flessibile nel corso della loro vita, senza dover ricorrere a “creare” degli organi specializzati insostituibili nel caso le loro cellule vengano danneggiate.   

I CAVALLI I PRIMI A MORIRE
Gli animali che per primi subirono danni mortali da contaminazione radioattiva furono gli equini, mentre resistettero i bovini e i suini selvatici (cinghiali soprattutto); subirono riduzioni encefaliche con relativa riduzione delle capacità cognitive molte specie di uccelli.  Gli esemplari di lupi grigi invece, che da anni hanno ripreso a popolare l’area attorno all’impianto anche grazie all’assenza dell’uomo, sono cresciuti di numero, con branchi sempre più grandi da cui ne continuano a derivare altri sempre più capaci di estendere l’areale di predazione e innescando qualche dubbio di pericolosità ai ricercatori in quanto possano trasmettere mutazioni alle aree incontaminate dalla radioattività.

  • LEGGI ANCHE: IL REFERENDUM SUL NUCLEARE IN ITALIA (DA FARE)

EFFETTI GEOPOLITICI DEL DISASTRO DI CHERNOBYL
Il controllo della comunicazione sul disastro di Chernobyl fu una costante del regime sovietico fin dalle prime ore dall’incidente. Questo atteggiamento si tradusse poi in azione politica sia interna che, soprattutto, internazionale, tanto che, anche alla conferenza sull’incidente avvenuta il 14 maggio dello stesso anno a Vienna da parte del presidente sovietico Michail Gorbačëv, nonostante le premesse erano state di rompere il silenzio sull’accaduto, l’esito fu che i russi tennero secretate gran parte delle informazioni in merito. L’evento fu tuttavia, un’ulteriore premessa a ciò che sarebbe successo l’11 ottobre del 1986, quando i due presidenti, sovietico e americano, Michail Gorbačëv e Ronald Regan si confrontarono in un incontro pubblico entrato nella storia del ‘900 per decretare lo smantellamento dei missili nucleari a raggio intermedio che erano stati installati dalle due potenze sul territorio europeo (trattato TNF).

Autore dell'articolo: Pierpaolo Spanu
Foto di copertina: camion abbandonato nelle campagne di Chernobyl dopo la tragedia dell'incidente nucleare del 1986. Foto di Ilja Nedilko Unsplash license

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