- L’Infotainment e il Politainment

I nostri articoli
TROVA IN:      > 

L’Infotainment e il Politainment

 

«La vita non imita l’arte, imita la cattiva televisione.»

 (Woody Allen, 1992 dal film “Mariti e mogli”)



LA TELEVISIONE MEDIUM PRINCIPALE
Lo stretto legame che si è stabilito tra potere politico e mass media si è manifestato negli ultimi quarant’anni soprattutto attraverso la televisione che, nonostante l’avvento dei nuovi media, rimane il principale mezzo di comunicazione di massa.

Superate le diffidenze iniziali, dopo i primi anni di sperimentazione televisiva e il cambio generazionale delle classi dirigenti, politica e televisione, si sono strette in un abbraccio che ha sancito la reciproca collaborazione per i reciproci vantaggi, anche se, gli effetti, in gran parte negativi, si sono poi riflettuti sulla società contemporanea.

POLITICA E TELEVISIONE SI USANO A VICENDA
È un dato di fatto conclamato a livello mondiale, infatti, che la televisione rimane il medium numero uno, attraverso cui, la maggioranza della popolazione, nazionale e internazionale, si fornisce di informazioni e, conseguentemente, si fa condizionare dalle opinioni più rilevanti da essa veicolate. Al tempo stesso, il sistema di potere, avendo capito l’efficacia di questa tecnica comunicativa, ha pian piano cominciato a utilizzarla e ad assoggettarla a vari gradi, a seconda che si trovi ad operare in uno stato democratico, liberale, autoritario o totalitario.

Focalizzando l’attenzione di questo fenomeno sul panorama politico e televisivo italiano emerge come nel Bel Paese, dal 1954 al 1976, ci sia stato un periodo di diffidenza e distanza reciproca tra politica e televisione ma che, dalla metà degli anni ’70, sia cominciato un progressivo avvicinamento per una proficua collaborazione, grazie al fatto che si è potuto capire come i due aspetti della vita sociale potevano convivere e prosperare stando molto vicini.

È emerso così come, nel corso degli anni, si sia avviato un processo di adattamento della politica alla televisione e viceversa, che ha portato però a un decadimento della qualità dei contenuti di entrambi.

La televisione si è adattata ai cambiamenti della società enfatizzando la spettacolarizzazione delle notizie politiche che ha portato alla progressiva perdita di credibilità degli operatori politici. La proliferazione delle fonti informative ha dato in questo modo alla politica una sovraesposizione mediatica e una ipervetrinizzazione dei suoi esponenti che ha determinato l’indebolimento dell’idea di televisione come megafono della vera informazione di interesse pubblico (“lo dice la televisione”) e ha suggerito all’utenza di rintracciarla anche altrove.

L’INFOTAINMENT
L’ “infotainment” è una nuova parola che deriva da un adattamento di “info” e “intrattenimento” il quale descrive un programma radio-televisivo o un’iniziativa culturale che coniuga l’informazione con l’intrattenimento. La matrice etimologica è anglosassone (“information” + “ entertainment” → “informazione” + “intrattenimento) e il primo intellettuale a utilizzarla per descrivere questo fenomeno in Italia è stato il semiologo Umberto Eco, quando, dagli anni ’90, ha cominciato a parlare di “neotelevisione” per definire la televisione italiana ormai emancipata e padrona della comunicazione politica e culturale. Tutto ciò dopo che nel 1977 era stato introdotto il colore nell’immagine televisiva e la parte più anziana del pubblico (quella reduce dalla seconda guerra mondiale ) era stata esclusa sia dalla fruizione del consumismo di massa, sia della programmazione televisiva che non utilizzava più il suo linguaggio. Al seguito, pure la classe politica si è svecchiata e ha prodotto la generazione dei giovani politici rampanti che, nel giro di pochi anni, hanno imparato a utilizzare la televisione per rappresentare se stessi prima che il partito o la corrente di pensiero (vedi Craxi).  

A partire dagli anni ’80 poi è stato l’affermarsi della pubblicità con il suo linguaggio “acchiappa & convinci” che il processo di spettacolarizzazione si è potuto diffondere e consolidare in tutti i temi trattati dalla televisione. Hanno poi seguito questa modalità pure gli altri media (radio, giornali) che si sono via via adeguati cambiando anch'essi loro linguaggio.

IL PUBBLICO MOBILE: LO ZAPPING
L''attenzione del potere verso la televisione e i nuovi media ha fatto sì che in quarant'anni (dal 1980 al 2020) il potere dedicasse alla comunicazione pubblica spettacolarizzata sempre più cospicue risorse, con l'effetto però che, a fronte del rapido aumento di canali comunicativi (Tv, radio, giornali, internet), il pubblico ha reagito all’ondata con una sorta di rigetto difensivo compulsivo, perdendo la concentrazione per la difficoltà a focalizzarla in una molteplicità di stimoli informativi veloci e invasivi. In più, la diffusione del telecomando – nato negli Stati Uniti nel 1955, ma conosciuto in Italia solo a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 – ha fatto si che lo spettatore potesse cambiare canale più velocemente (e compulsivamente) perdendo la capacità di concentrarsi su un solo programma.

LA SPETTACOLARIZZAZIONE ANTIDIOTO ALL'OBLIO
Il programma televisivo, infatti, per “guadagnarsi” l’attenzione dello spettatore deve enfatizzare il tempo a disposizione utilizzando tutti gli strumenti a sua disposizione: dal presentatore-conduttore, alla sigla, ai costumi, agli ambienti interni, alle luci, ai colori, ai loghi e alla grafica. In questo modo può tentare di innescare la fidelizzazione necessaria a tenerlo in vita: diversamente il programma viene cancellato dal palinsesto perché non produce audience e quindi è commercialmente sterile.

LA FRAMMENTAZIONE DEL SENSO COMUNE
La televisione moltiplicando i canali di ascolto, con lo scopo di raggiungere più utenza possibile, ha “frammentato il senso comune”. Se da un lato, infatti, la fine del monopolio Rai ha portato alla nascita di nuove proposte televisive che hanno valorizzato le disuguaglianze, dall’altro ha sgretolato i riferimenti tradizionali normativi, politici e ideali. Si è passato in questo modo dalla paleotelevisione alla neotelevisione (Umberto Eco). 

DALLA PALEOTELEVISIONE ALLA NEOTELEVISIONE
Il programma televisivo che sancisce il passaggio definitivo dalla programmazione televisiva di matrice pubblica con dimensione pedagogica a quella di matrice privata con dimensione commerciale è “Drive in” che, nel 1983, viene trasmesso per la prima volta su Italia Uno e rimane in palinsesto fino al 1988. Questo programma comico, apprezzato da esperti e dello spettacolo e del cinema come Vittorio Gassman (che disse aver subito l’influenza di Drive In al punto di “aver cambiato i ritmi in teatro“) e Federico Fellini (che affermò laconicamente era “l'unico programma per cui vale la pena di avere la TV”), ricevette anche molte critiche (Aldo Grasso in primis) per l’uso commerciale dell’immagine femminile, che si presentava in scena con “donne formose con abiti succinti” e usava un linguaggio “trasgressivo”, magari troppo lontano dal grigiore ministeriale della Rai; ma soprattutto fu un programma “accusato” di “americanizzazione” sulla scia dell’edonismo reganiano che proprio in quegli anni raggiungeva l’apice del suo successo e in Italia si manifestava con l’ascesa personalistica di Bettino Craxi e con la cosiddetta “Milano da bere” che celebrava lo yuppismo a trecentosessanta gradi. Insomma, Drive In venne riconosciuto come l’apripista televisivo del consumismo berlusconiano che influenzerà gli italiani dei successivi cinquant’anni.

IL RELATIVISMO VALORIALE E LA FINE DELLE IDEOLOGIE OTTOCENTESCHE
Il cambiamento televisivo italiano iniziato nella metà degli anni ’70, maturato nel decennio successivo ed entrato in età matura tra il 1990 e il 2010, fino a dissolvere gli ultimi contenuti nella nuova frontiera telematica (internet) all’inizio della seconda decade del 2000, ha sgretolato le rigide ideologie ottocentesche e le ha disciolte in un forte relativismo valoriale che ha trasformato l’esigenza di emancipazione collettiva in una ricerca dell’indipendenza individuale sfociando – secondo alcuni – nella deriva dell’egoismo sociale tanto incoraggiato proprio dal reaganismo.

Ridere, divertirsi, distrarsi e non più solo studiare, impegnarsi, concentrarsi: Drive in di Antonio Ricci, in antitesi alla Rai di Ettore Bernabei. O meglio una sintesi delle due visioni in un nuovo modello televisivo detto appunto “infotainment”, ovvero "intrattenimento e informazione". Questa nuova ibridazione televisiva che aveva la radice nella narrativa e nel teatro popolare, soppianta il monologo unidirezionale e autoritario del telegiornale di stato e lo sostituisce con la conversazione multipolare. E così, si sgretola l’idea dell’oggettività dell’informazione pubblica e si afferma l’opinionismo che assurge pian piano a ruolo dominante nella modalità di trasmissione dei contenuti televisivi.

 SEI QUA PIPPONE 

Nel frattempo, per “catturare” l’attenzione degli spettatori – utenti – consumatori, sempre più distratti e fugaci, l’informazione televisiva si è dovuta dotare di una buona dose di “sensazionalismo”, così da garantire una visibilità a contenuti altrimenti destinati all’indifferenza e al flop commerciale.  Di conseguenza il linguaggio politico per poter essere veicolato nel medium televisivo si lascia “revisionare” da una retorica sempre più spinta, dove la ricerca dell’effetto si ostenta fino alla completa artificiosità dei contenuti.  È così che i politici con linguaggio prolisso, impegnato e per “addetti ai lavori”, perdono i primi confronti televisivi con quelli capaci di usare un linguaggio semplice e sensazionalistico (vedi Nixon- Kennedy).  

 

LA MOLTIPLICAZIONE DEGLI APPARECCHI TELEVISIVI

Con l’inizio della neotelevisione si assiste a un nuovo sviluppo tecnologico che porta all’introduzione del colore, ad un aumento degli apparecchi televisivi (la prima televisione in cucina, la seconda in soggiorno) con la possibilità di avere più canali, oltre il primo e il secondo, di pari passo si amplia l’offerta editoriale di nuovi canali privati i quali allungano le ore di programmazione fino alla seconda serata e si diffonde l’uso del telecomando che semplifica le operazioni di selezione del canale e innesca l’abitudine allo “zapping”. Tutte queste variazioni nelle modalità di fruizione del mezzo televisivo impongono all’industria dello spettacolo e dell’intrattenimento televisivo ad introdurre nuove forme di programmazione.

 

La neotelevisione si sgancia così definitivamente dalla funzione didattica e informativa di Stato dell’epoca precedente per entrare in quella puramente commerciale. E per fare ciò, prima di tutto acquisisce un formato “generalista”, cioè si dota di programmi che cercano di catturare il numero più alto di telespettatori a prescindere dall’età o dalle categorie sociali. In più, aumentano le ore di pubblicità, che interrompono i programmi talvolta con frammezzi molto lunghi i quali costringono i telespettatori a perdere la pazienza e a “girare” canale (fare cioè lo zapping).

Si tratta dunque di una modalità di fruizione della programmazione televisiva che lo spettatore adotta diventando così parte di un “flusso televisivo”, ovvero di una fruizione frammentata delle trasmissioni che vanno in onda in quel momento che si sceglie di guardare la televisione, facendo zapping da un programma all’altro alla ricerca di quello più adatto ai propri gusti.

 

Per catturare l’attenzione di utenti così “fugaci”, gli ideatori di programmi televisivi cominciano innanzitutto ad impostare uno stile “narrativo” alle trasmissioni, fare in modo cioè che il telespettatore possa guardare un programma anche a trasmissione in corso senza avere difficoltà a trovarne subito il “filo” e a ciò si prestano subito i neonati “talk show” in cui elementi informativi si ibridano a elementi di intrattenimento così da non appesantire la narrazione e avere più possibilità di ricevere le attenzioni dello “zapper”. 

 

L’INFOTAINMENT

L’infotainment si realizza, secondo gli studiosi Mazzoleni e Sfardini, secondo due modalità:

1)  Attraverso le soft news – comunicare informazioni infarcite di forti accenti sensazionalistici e con alcuni elementi di gossip

2) attraverso la satira politica e comic show – si tratta di programmi che adottano il “politically incorrect”, cioè utilizzano il linguaggio tipico del giornalismo aggiungendo aspetti comici e arricchendoli con elementi di satira.

 

Gli stessi autori hanno fatto poi un ulteriore distinzione tra:

 

programmi di informazione puri;

programmi di ibridi di informazione e intrattenimento;

programmi di intrattenimento puri.

 

Programmi di informazione puri

Sono programmi di informazione puri, che incarnano cioè la funzione primaria del mezzo televisivo, i telegiornali con i loro speciali (Tv Sette, Tg2 Dossier, Primo Piano etc) e le trasmissioni di inchieste giornalistiche (Report, Presa Diretta).

 

Programmi ibridi di informazione e intrattenimento

Si tratta della cosiddetta “utility tv”o “tv dibattito”, a cui appartengono i classici talk show alla Maurizio Costanzo, ma anche “Chi l’ha visto” oppure “Mi manda Rai 3”. Tutti programmi che rispondo sia alla funzione di intrattenimento che di informazione.

 

Programmi di intrattenimento puri

A questa categoria appartengono tutti i programmi che trattano soprattutto di gossip e pettegolezzi, capaci di spettacolarizzare il dolore privato e scandali che spingono lo spettatore ad avere uno sguardo voyeuristico. È il campo questo del sensazionalismo e delle soft news.

 

LE GENERAZIONE DI INFOTAINMENT

Dalle origini ad oggi l’infotainment – l’ibrido informazione-intrattenimento ha subito dei cambiamenti, a volte graduali, a volte repentini che hanno fatto sì che potessero essere individuati tre suddivisioni del genere in base al periodo e alla caratterizzazione. Abbiamo infatti l’infotainment 1.0, quello di primissima generazione a cui appartengono trasmissioni come “La vita in diretta” o “Verissimo”, contenitori pomeridiani della Rai e di Mediaset che sono dei rotocalchi televisivi o dei tv-magazine i quali hanno “istituzionalizzato la spettacolarizzazione del dolore, la drammatizzazione delle notizie, l’assalto giornalistico ai luoghi del delitto “(Alberti Federica).

C’è poi l’infotainment 2.0 a cui appartengono i classici talk show politici come “Annozero” e “Ballarò” che trattano attualità, ospitano esperti nei vari argomenti o fanno denunce sociali; ma anche i programmi di satira con la finalità informativa in secondo piano “Striscia la Notizia”, oppure come “Le Iene” che riportano le informazioni con un ulteriore spinta verso la spettacolarizzazione.

Nell’ultima generazione di infotainment, la 3.0, abbiamo l’intrattenimento che sostituisce definitivamente l’informazione, come ad esempio l’affidamento della copertina di Ballarò al comico Maurizio Crozza o il programma di seconda serata Chiambretti Night, che alternava nello stesso contenitore argomenti “seriosi” come l’intervista a qualche politico su un argomento di attualità a frammezzi di varietà ed ironia.

 

DALL’INFOTAINMENT ALL’ANTIPOLITICA

La caratteristica di l’infotainment 3.0 è che in contemporanea alla perdita di credibilità del giornalismo vero e proprio a seguito 1) della difficoltà di avere un autorevole e rispettato organo di controllo che disciplini e autorizzi la professione e 2) la capacità dei grandi potentati economici di “acquistare” addetti stampa e trasformarli maldestramente in giornalisti diventa più attendibile al limite della “controinformazione” ciò che recitano comici politici alla Crozza o alla Grillo i quali “indenne dal discredito che colpisce il giornalismo al servizio di qualcuno, il programma di intrattenimento risulta (…) più libero, obiettivo, onesto, addirittura “controinformazione” (Federica).

Questo cambiamento di posizioni, in termini di credibilità, rispetto ai fatti che accadono e che vengono raccontati alla gente (o al telespettatore se si parla della fattispecie televisiva) porta secondo il sociologo inglese Stuart Hall “ad alimentare atteggiamenti di avversione e disimpegno verso la politica che rafforzano populismo e xenofobia” ; secondo altri studiosi invece, che hanno assunto una posizione più favorevole a questo genere televisivo, come Mazzoleni Williams e Delli Carpini, l’infotainment consentirebbe a quella fascia di popolazione meno disposta ad informarsi e a formarsi attivamente di conoscere (attraverso la lettura di libri e giornali), almeno “scanzonatamente”, i fatti della quotidianità.

Ovviamente a fronte di ciò, c’è chi si preoccupa come Kees Brants, del fatto che l’infotainment diventi “l’unica forma di rappresentazione della politica” facendo perdere definitivamente al giornalismo il ruolo di “guardiano della democrazia”. 

 

DALL’INFOTAINMENT AL POLITAINMENT

Una successiva evoluzione dell’infotainment è ciò che sta accadendo nella seconda decade degli anni duemila, con l’abbraccio, sempre più profittevole per entrambi, della politica con l’intrattenimento, ovvero della presenza di politici in programmi di varietà. Si pensi ad esempio a Berlusconi o a Renzi da Barbara d’Urso. Si tratta questa di una nuova forma di comunicazione politica che, secondo i sostenitori “aiuterebbe a rendere più accessibili informazioni altrimenti destinate a un pubblico più colto”. Questo processo di mediatizzazione politica era già noto negli anni ’60 negli Stati Uniti, dove i dibattiti televisivi tra Nixon e Kennedy avevano messo in evidenza come la dimestichezza, spontanea o indotta, col mezzo televisivo fosse stata determinante per l’efficacia dell’operazione di convincimento (in quel caso nettamente a favore del candidato democratico). In Italia, in tempi più recenti, la telegenia dell’imprenditore Silvio Berlusconi, è stata una delle carte vincenti del suo successo in politica. Si pensi già al primo confronto televisivo con lo sfidante progressista Achille Occhetto, nel lontano 1994, nella trasmissione “Braccio di ferro” condotta dall’allora direttore del Tg 5 Enrico Mentana.

 

DAL POLITAINMENT ALLA PERSONALIZZAZIONEDELLA POLITICA

Con l’introduzione della telegenia come tecnica di comunicazione politica il passo verso la personalizzazione della politica è stato brevissimo. Il fatto che un candidato o un esponente politico, grazie alla propria e sola capacità di “bucare lo schermo” attraverso la propria immagine fisica e alla propria dialettica o capacità espressiva che si adatta al mezzo, fa si che questi possa sviluppare un protagonismo sempre più solido all’interno del messaggio politico, al punto che tutti gli altri membri del partito o dalla coalizione, possono solo assurgere al ruolo di comprimari, di collaboratori di secondo piano o di subalterni. Nel frattempo, alla centralizzazione della politica in pochi esponenti di punta, capaci di avere dimestichezza con il mezzo televisivo  si affianca, per rendere ancora più efficace la persuasione del comunicante anche la messa in pubblico (o in piazza) della vita privata così da “desacralizzare” la figura del politico e portarla più vicina “alla gente comune”, la quale, scoprendo i lati più intimi della vita del politico, si può identificare e non considerarlo un “estraneo”. In questo “ammiccamento” il risultato è un consolidamento del consenso che si concentra non più solamente sul partito, ma sul capo, sul leader. E al contempo l’establishment politico reagisce al dilagare della disaffezione degli elettori verso i rappresentanti del potere.

La visibilità fornita dai media fa sì che i politici acquisiscano una popolarità da “star” dello spettacolo o dello sport. Si improvvisano show man (il risotto di Massimo D’Alema a “Porta a Porta”), diventano attori, oppure partecipano a trasmissioni televisive con ruoli diversi da quelli di politici intervistati, come Alessandra Mussolini a “Ballando con le stelle” o Vladimir Luxuria a “L’Isola dei famosi”, o ancora una volta Silvio Berlusconi al “Processo di Biscardi”.

 

LA PROGRAMMAZIONE TELEVISIVA STIPATA DI TALK POLITICI

La capacità della televisione di influenzare le opinioni dei telespettatori riconosciuta definitivamente dai politici, fa sì che il mezzo venga da loro utilizzato ampiamente e la programmazione televisiva, subordinata al controllo del potere politico, moltiplica gli spazi destinati al dibattito politico. Si pensi alla nascita della striscia mattutina di talk show politici, inaugurata nel 2010 dalla trasmissione di rai 3 “Agorà”; ai talk di Rete 4 (Stasera Italia, Quarta Repubblica, Fuori dal Coro, Zona Bianca, Dritto e Rovescio) che si succedono in prima serata dal lunedì al venerdì sostituendosi definitivamente in quella fascia orale a quella che un tempo la programmazione filmica o di varietà o alla programmazione serale de “La 7”, con i vari “Piazza Pulita”, “Di Martedì”, “Otto e Mezzo”.

FAI UNO SPECCHIETTO CON L’ELENCO DEI TALK E DA QUANDO SONO IN ONDA

 

La politica ovviamente per adattarsi al linguaggio televisivo ha dovuto semplificare i messaggi, con il rischio di banalizzare e di ridurre in “pillole” contenuti che dovrebbero invece essere trattati con maggiore estensione e approfondimento. Ma i politici come lo stesso Massimo D’Alema non hanno mai nascosto la preferenza per il media televisivo proprio per la immediatezza con cui è possibile rapportarsi col “proprio pubblico”, senza la “scomoda” intermediazione dei giornalisti come nella carta stampata.  A dare poi una nuova spinta verso la personalizzazione della politica vi sarà poi il social network dove il rapporto diretto col pubblico diventa ancora più stringente.

Inoltre, l’enfatizzazione del linguaggio ha portato sul piccolo schermo lo spettacolo del litigio, della maleducazione verbale e gestuale e della sopraffazione verbale. Il confronto in questo senso coi programmi politici degli anni ’70 con quelli attuali è impietoso. Mentre nei primi i dibattiti era un’alternanza misurata degli interventi, con trattazioni pacate, approfondite, senza subire l’incombenza degli interlocutori o del conduttore che fungeva da pacifico coordinatore verbale; adesso, nell’infotainment 3.0, parlarsi sopra, non far portare a termine un ragionamento, perdere la pazienza con plateali ed egocentriche alzate di voce, rifiuto di continuare le interviste (una su tutte la conduzione di Gherardo Greco della seconda edizione di Agorà) è la dimostrazione di quanto l’obiettivo di enfatizzare il conflitto tra avversari sia stato fondamentale per adattare il linguaggio della politica alla spettacolarizzazione televisiva.

 

LA DEMOCRAZIA DEL PUBBLICO

Con la “discesa in campo” di Berlusconi e di Forza Italia nel 1994 lo scenario politico e la relativa comunicazione politica si riordinano in un nuovo assetto. Entrata in crisi all’inizio dell’ultimo decennio e poi spazzata via la vecchia nomenclatura della cosiddetta “prima repubblica” con lo scandalo di Tangentopoli (1992) entra adesso in gioco un altro scenario, in cui, in campo comunicativo si abbandona la modalità dialogica del confronto e del ragionamento e si favoriscono la personalizzazione, la spettacolarizzazione (già messe in atto in forma primitiva da Craxi negli anni ’80) e l’esasperazione agonistica tra i contendenti in cui la televisione e i talk show che nel frattempo cominciano ad infittire il palinsesto televisivo, diventano il luogo del dibattito a discapito del parlamento e dei luoghi assembleari tradizionali. Iniziano inoltre la loro discesa verso l’oblio i congressi di partito e i comizi in piazza, piano piano relegati a frequenze non più regolari.  

Avviene insomma ciò che il filosofo marsigliese Bernard Manin ha predetto nel suo libro “Principi del governo rappresentativo", parlando nel 2010 di “democrazia del pubblico”. Ovvero del passaggio, tra XX e XXI secolo dalla “democrazia dei partiti” alla “democrazia del pubblico”.

In poche parole, prima, la rappresentanza era affidata alla delega ai partiti che selezionando i rappresentanti promuovevano il dialogo tra cittadini e istituzioni, oggi, i partiti hanno perso questa legittimità che invece è stata affidata ai leader carismatici (vedi Berlusconi in Forza Italia, Renzi nel Partito Democratico prima e in Italia Viva poi, Salvini nella Lega), mentre i cittadini si sono trasformati in “autonomi spettatori del leaderismo televisivo e mediatico”. Ovvero, in conseguenza della rivoluzione tecnologica il cittadino ha avuto a disposizione il proprio libero, “autonomo”, accesso alle informazioni necessarie alla sua partecipazione alla vita politica. Si è passati cioè da una relazione verticale di “fedeli” tesserati del partito a una relazione orizzontale di “sostenitori” compulsivi in cui l’interazione con lo spazio pubblico da fideistico-negoziale si è trasformato in viscerale, irrequieto e per questo intermittente e fugace (Filippo Salone, “l’Occidentale”). Non c’è più il magnetismo stabile dell’ideologia, che comunque irrigidiva le posizioni di fronte all’evoluzione della realtà, ma una frammentazione e una ramificazione dei luoghi e delle voci del dibattito pubblico che sfocia spesso in un’instabilità confusionale e isterica che porta in certi casi alla protesta cieca, violenta e priva di senso.   

 

DALLA LOTTIZZAZIONE ALLA PERSONALIZZAZIONE

L’attacco alla centralità partitica portato con successo dall’epopea berlusconiana ha scassato il meccanismo di integrazione verticale tra cittadini e istituzioni il quale comunque – per conservare il potere – si deformava facilmente e a tutti i livelli (locale e nazionale) in processi clientelari e lottizzanti che la vicenda di Tangentopoli ha chiaramente messo in luce. Per contro è emersa una altrettanto nociva formalizzazione politica, basata sulla personalizzazione in cui, oltre alle vicende istituzionali, si portavano all’attenzione del votante/spettatore i fatti personali del rappresentante che diventavano materia di interesse pubblico. Il politico in questo modo, protagonista dei riflettori televisivi e dei media sociali (Facebook, Twitter), sveste i panni del serioso, distaccato, noioso e ingessato rappresentante istituzionale e intraprende con l’elettore/pubblico/spettatore un rapporto apparentemente più vicino, di tipo amicale e al tempo stesso di ammirato/ammiratore sulla fattispecie delle stelle del cinema e dello sport. È in questo modo che trasmissioni “leggere” condotte da showgirl come Barbara d’Urso o Federica Panicucci, diventano sedi ospitanti di leader politici di turno a cui è possibile offrire un’intervista ammiccante (magari con domande concordate al fine di evitare brutte figure ed esaltare quanto più possibile l’enfasi seduttiva) e pescare elettorato anche dagli ambienti culturalmente e socialmente più distanti dai formalismi istituzionali.  

Si passa inoltre dal politico che scappa dai paparazzi per tutelare la sua privacy al “personaggio” politico che si serve del gossip per autocelebrarsi e far si che l’industria dell’informazione rose si serva di lui per lavorare per lui, per la sua visibilità e la sua apparenza, elementi fondamentali per far crescere la linea dei consensi.

aziende
Bevande zuccherate

Alimentazione

Bevande zuccherate

Coca Cola e Pepsi Cola

Globalizzazione

Coca Cola e Pepsi Cola

Enrico Fermi e la Bomba atomica

Storia contemporanea

Enrico Fermi e la Bomba atomica

Il Progetto Manhattan

Storia contemporanea

Il Progetto Manhattan

Referendum consultivo sul nucleare in Sardegna

Nucleare

Referendum consultivo sul nucleare in Sardegna

Il deposito nazionale di rifiuti radioattivi

Nucleare

Il deposito nazionale di rifiuti radioattivi

La radioattività

Chimica

La radioattività

Le centrali nucleari italiane

Nucleare

Le centrali nucleari italiane