Italia - La nascita della televisione privata italiana

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La nascita della televisione privata italiana

 

Nel 1968 e nel 1969 la contestazione studentesco-operaia viene raccontata dai quotidiani e dai settimanali, mentre la Rai, allora unica televisione italiana e monopolista della trasmissione, non riesce a rappresentare efficacemente quei mutamenti sociali appena iniziati.

Si tratta questo dell’ultimo campanello d’allarme di un cambiamento della società italiana che passa definitivamente dal provincialismo rurale del dopoguerra, al pensiero consumista e liberista che la investirà totalmente e la traghetterà fino al nuovo millennio. È così dunque, che, di lì a poco, anche la vecchia e ingessata televisione di Stato, la Rai, dovrà affrontare la discesa in campo delle televisioni private che eroderà poco a poco il suo monopolio culturale e la fagociterà in un modus operandi, ancora oggi in atto, marcatamente commerciale.

LA RAI PASSA DALLE MANI DEL GOVERNO A QUELLE DEL PARLAMENTO
Il primo importante passo verso questo cambiamento del panorama televisivo italiano, avvenne con la legge n. 103 del 14 aprile 1975, la cosiddetta “Riforma Rai del 1975”, che previde una importante rivisitazione delle norme preesistenti in materia della diffusione radiotelevisiva italiana (VEDI ANCHE: Storia delle riforme radio televisive italiane). Fu questo l’anno in cui il controllo della televisione di stato passò dalle mani del governo a quelle del parlamento, al fine di garantire un allentamento del giogo del potere politico dominante e favorire un’interpretazione più aperta anche alle altre correnti politiche magari di minoranza.  Il motivo della legge a sostegno di questa riforma era che “il servizio pubblico televisivo doveva rispondere nei temi e nelle modalità di produzione a criteri di obiettività e indipendenza dei contenuti a prescindere dagli orientamenti politici, sociali e culturali dominanti nel paese”.

Ciò significava che non dovesse essere più il governo, ovvero il potere esecutivo, a disciplinare la programmazione televisiva, perché ciò avrebbe significato alterare i criteri di obiettività e di indipendenza in favore di uno statalismo centralista; mentre a svolgere le mansioni di garante del pluralismo doveva essere il parlamento, ritenuta la sede di espressione più autentica della volontà popolare.   

LA LOTTIZZAZIONE RAI
Questa “concessione” del gestione della tv di stato al Parlamento portò allo storico fenomeno della “lottizzazione”, ovvero alla “spartizione” degli spazi televisivi tra i principali partiti politici di allora (Democrazia Cristiana, Partito Socialista e Partito Comunista), sebbene il direttore generale della Rai dell’epoca, Biagio Agnes, cercò invano di attenuarne i rigidi effetti attraverso l’invenzione della cosiddetta “zebratura”, ovvero della mescolanza di produzioni di diverso orientamento anche all’interno delle stesse strutture e degli stessi canali.

LA PARENTESI CREATIVA RAI: 1970/1980
Le conseguenze di questa nuova amministrazione televisiva di stato, sebbene non fosse ritenuta da tutti corrispondente a criteri democratici ed egualitari come i propositi della legge aveva annunciato, furono di una produzione televisiva prolifica e creativa, alimentata dalla rivalità che i due stessi canali rai si facevano all’interno della televisione, con il rischio sempre concreto di cannibalizzarsi gli spettatori che si sintonizzavano.

LE TELEVISIONI LIBERE: 1976-1980
A sostenere le nuove iniziative private in ambito televisivo furono prima di tutto gli imprenditori locali che videro in questo sistema di comunicazione un eccellente mezzo per veicolare la pubblicità del proprio business. Ecco allora gli imprenditori delle grandi catene di supermercati, di vendita di elettrodomestici e di luoghi di spettacolo, investire nel nuovo settore: nacquero così le televendite e le vendite all’asta che affiancarono la pubblicità vera e propria, la quale si impadroniva quasi per intero del palinsesto di queste prime televisioni private locali. Nel frattempo anche il giornalismo televisivo privato fece i primi passi, alcuni dei quali furono decisivi per coprire i vuoti di informazione che la Rai, troppo centralista, nazionale e generalista, non era in grado di riempire. Storico fu in questo periodo la trasmissione in prima visione assoluta, delle immagini riguardanti il rapimento di Aldo Moro (1978) ad opera di un’emittente romana, la Gbr, che poi le cedette in seconda battuta alla Rai la quale, in quel momento storico, dimostrò di non essere stata capace di “arrivare sul pezzo”. 

Per la televisione di Stato, la Rai, non era ancora arrivato il momento di confrontarsi sul piano dei contenuti e soprattutto del potere economico dovuto all’introito pubblicitario, con le televisioni private. Queste ultime tuttavia, con l’inserimento, come detto, delle televendite, delle aste televisive, assieme a telegiornali locali, dettero impulso a un rinnovamento del linguaggio televisivo italiano che, fino ad allora, monopolizzato dalla Rai e disciplinato dalla censura statale e cattolico-vaticana, faceva fatica a progredire e a rappresentare la società italiana in costante mutamento e alle porte dell’ultimo ventennio del ‘900 che avrebbe dato slancio all’edonismo, al mantra del successo, alla politica spettacolo, al neoliberismo e ai fasti di Wall Street.

  • Il telecomando: minaccia concreta al monopolio Rai

Nel 1978 in Italia ancora si contavano poco meno di 400 televisioni private (si arriverà a 1500 alla fine del 1980) ma la Rai fece comparire all’angolo del teleschermo la dicitura “Rai” per assicurarsi la riconoscibilità all’interno dell’offerta televisiva che cominciava ad essere affollata dal canale 4 in poi. Gli apparecchi televisivi, fino alla metà degli anni settanta si accendevano quasi solamente su un unico canale, dopo di che, comparve la tastiera selettiva per i primi tre canali e, a ridosso dell’uso massificato del telecomando (1980), la tastiera si ampliò a 10 tasti (1,2,3,4,5,6,7,8,9 e lo 0). Erano gli anni in cui, al business nascente delle televisioni private, ai piccoli imprenditori di provincia si affiancarono, con ben altri mezzi economici, i primi grandi editori e i grandi industriali che gestivano i gangli dell’assetto economico-finanziario del Paese. Fu così che le case editrici Rizzoli, Mondadori e Rusconi accesero Prima Rete Indipendente, Italia 1, Rete 4; l’imprenditore edile Silvio Berlusconi comprò Tele Milano e la trasformò in Canale 5 e, più avanti, nel 1982 il fondatore della Parmalat Callisto Tanzi accende Euro Tv, la madre di Italia 7 e del circuito Odeon Tv.

  • Il talk-show 

Nel 1976 il giornalista radiofonico Maurizio Costanzo esordisce alla Rai in televisione con la trasmissione “Bontà loro” (1976-1978) e inventa il nuovo genere televisivo del “talk-show”. La particolarità di questa forma di spettacolo fu che ere possibile inserire al suo interno un flusso di contenuti privo di censure” (Enrico Menduni. La rivoluzione delle tv libere. Cinema e televisione, gli anni Settanta) che non richiedeva grandi strumentazioni per la sua realizzazione. Bastava un salotto al centro dello studio, con gli ospiti e il conduttore in posizione centrale, il pubblico assiepato ai margini della scena. Per le televisioni private questo prodotto televisivo di facile realizzazione sul piano della strumentazione necessaria fu una soluzione per ideare numerose trasmissioni a basso costo ma capaci di incollare molti telespettatori davanti al teleschermo. Nacquero così le numerose trasmissioni sportive (calcio e ciclismo); i dibattiti tra rappresentanti politici locali desiderosi di farsi conoscere e di ampliare oltre ogni barriera geografica la visibilità oltre il limitato (e scomodo) comizio tradizionale in piazza che richiedeva invece ore trascorse all’aperto, lunghi e continui trasferimenti, nonché una resa in termini di visibilità ristretta a pochi seguaci e pochi passanti occasionali. I talk show delle televisioni locali cominciano a trattare anche cabaret, gossip, società, arte, costume, territorio e ovviamente la cronaca locale e tutto ciò era capace di dipingere le realtà provinciali che la Rai non era capace di rappresentare, troppo concentrata (anche per limitatezza dei mezzi e del personale a disposizione) nella vita nazionale e romanocentrica. 

  • La provincia rappresentata col trash

Tuttavia, proprio in quello stesso periodo di fine anni ’70, l’unica parentesi al monolite Rai-Dc/Psi/Pci e l’unica concessione alla rappresentazione di quel mondo, in Rai, la si ebbe con il programma Portobello di Enzo Tortora (1977-1983), che raccontava le storie di vita quotidiana della provincia italiana: matrimoni falliti, inventori, disoccupati, pensionati…etc.  Era un programma che a dispetto del conduttore (pacato, educato, colto) era stato criticato per la mancanza di qualità nei contenuti e nel trattamento degli argomenti; nonché per la spettacolarizzazione delle vite private che per la prima volta vennero portate sotto i riflettori delle telecamere e annunciate pubblicamente a tutto il paese.

LA CENSURA SI, DIRITTI D’AUTORE NO
Per le televisioni private di fine anni ’70 comunque la questione “budget/qualità dei prodotti” era un problema cronico. La mancanza di risorse economiche importanti precludeva loro l’accesso al mercato dei prodotti televisivi internazionali. Talkshow, notiziari, gossip-trash e tele cronache di partitelle di calcio dilettante non erano in grado di far sintonizzare grosse affluenze di pubblico su quei canali per un tempo sufficiente a rendere interessanti per il vero business della pubblicità nazionale e internazionale. Tuttavia, se in abito musicale, i vincoli dei diritti d’autore e la sorveglianza al rispetto di questo diritto da parte della Siae, conteneva con successo, tutti i tentativi di appropriazione gratuita o a troppo basso costo delle grandi produzioni musicali, nel settore della trasmissione televisivo-cinematografica, vi fu un breve periodo a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80, in cui era possibile “copiare senza essere visti”.  In poche parole la produzione televisiva italiana era sottoposta a controllo sul piano dell’orientamento culturale dei contenuti, vincolato ai pali moralisti della censura, ma al contempo, non era tutelato il diritto di proprietà intellettuale di chi aveva inventato quel prodotto.

LA VIDEOREGISTRAZIONE E LA PIRATERIA TELEVISIVA

Dal 1971 infatti già circolavano in commercio i videoregistratori in ¾ , che usavano la videocassetta “U-matic” della Sony (in Italia il videoregistratore domestico per formati VHS, Beta o Video 2000 comparve solo nel 1985), un sistema di videoregistrazione economico, pratico ma molto efficace nella qualità di resa che venne utilizzato dalle televisioni private per registrare alcuni programmi Rai (telefilm, cartoni animati e eventi sportivi) e riprodurli suoi propri canali in orari indiscreti, così da passare quasi inosservati agli occhi degli ispettori (pochi allora) Siae. A ciò si aggiunge che in quegli anni era fiorente il traffico sottobanco di vecchie copie di film (soprattutto italiani perché più facile era la possibilità di sfuggire ai controlli anti-pirateria), spesso stoccate in magazzini abbandonati o destinate al macero, che venivano intercettate dalle televisioni private per essere poi ritrasmesse dalle stesse senza il pagamento di alcun dazio d’autore. Erano queste le forme “professionali” di una proto-riproduzione clandestina e fuori legge di prodotti d’autore che si diffuse poi in ambito privato e domestico a partire dalla metà del decennio successivo con la registrazione su videocassette VHS di film e programmi direttamente dalla rete televisiva nazionale, con relativo culto del collezionismo di film d’autore anche per i cittadini meno abbienti. La Rai era ancora l’unica televisione italiana ad avere il diritto monopolistico di trasmissione televisiva dei prodotti filmici di una certa qualità.  

FILM A LUCI ROSA NON SFUGGONO ALLA CENSURA
A dare ulteriore prova che la televisione privata del periodo a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 non era ancora regolamentata fu la libertina messa in discussione del “comune senso del pudore” con la trasmissione di pellicole vietate ai minori di 18 anni in orari non del tutto fuori dalla portata del grande pubblico casalingo che cominciava a spingere il suo intrattenimento davanti alla tv oltre le 9 di sera. Per queste forzature alcuni dirigenti televisivi passarono dei guai giudiziari e addirittura il consigliere liberale Ennio Pedrini, che nel 1975 aveva dato vita a Tele Radio Valle d’Aosta, fu arrestato per cinque giorni, in quanto consentì alla sua televisione la trasmissione del film erotico “Emanuelle”.

IL RIEMPIMENTO DEL TEMPO DI PROGRAMMAZIONE
Ancora nel 1975 la Rai trasmetteva programmi sui suoi canali per un totale di 5.120 ore, nel 1980 arriva a 9225 per un totale di 10 ore di trasmissioni televisive al giorno. È ancora lontano il 1992, quando le televisioni italiane faranno programmazione 24 ore su 24, ma già a fine anni ’70 la Rai sentiva il peso della concorrenza delle ancor acerbe televisioni private che, proprio sul versante della programmazione, cioè sulla possibilità di fornire allo spettatore più ore possibili di trasmissioni televisive e tenerli davanti all’apparecchio già si presentava attrezzata, anche grazie alla programmazione di film di scarsa qualità, ripetuti anche due o tre volte al giorno pur di allungare l’orario televisivo e intercettare qualche spettatore in più che, non soddisfatto della ridotta programmazione Rai, cominciava a “cambiare canale”.  Ovviamente quella privata era una programmazione di scarsa qualità non solo per i contenuti della filmografia proposta ma anche per la pesante presenza della pubblicità (l’unica forma di sostentamento per quelle televisioni) che interrompeva frequentemente tutti i programmi.

LO SBARCO DEL PRODOTTO AUDIOVISIVO AMERICANO E LA FINE DEL CINEMA D’AUTORE ITALIANO
Quando ancora la Rai rimaneva ingessata ad una programmazione seriosa tra telegiornali nazionali, film d’autore, carosello (il contenitore di messaggi pubblicitari sullo stile del teatro leggero), la nascente televisione privata di fine anni ’70 cercò subito un’identità alternativa per attaccare il monopolio della tv di Stato: optare per una programmazione commerciale. Questa mission divenne chiara quando gli agenti di rappresentanza di quelle televisioni cominciarono a viaggiare negli Stati Uniti (a Los Angeles in particolare) alla ricerca di accordi commerciali, spesso molto costosi, con le major americane produttrici di film e telefilm di successo che potessero essere proposti anche al pubblico italiano, ormai sulla scia dei cambiamenti sociali dell’Europa occidentale che si stava orientando chiaramente verso un’americanizzazione della cultura di massa. Nel frattempo la Fininvest di Silvio Berlusconi, nel 1979, aveva acquistato per la cifra allora esorbitante di oltre 2 miliardi di lire, i diritti televisivi di oltre 320 film di proprietà della Titanus, la società cinematografica di Goffredo Lombardo, produttrice di film come “Rocco e i suoi fratelli” e “Il Gattopardo”. Con questa “potenza di fuoco”, la Fininvest iniziava a proporre ai telespettatori della giovane Canale 5 programmi cinematografici che potevano traghettare con maggiore forza una parte del pubblico televisivo dalla Rai.

Questa disponibilità di una visione gratuita del cinema e dei telefilm in ambito domestico proposta dalle televisioni commerciali, distolse il pubblico dalle sale cinematografiche mettendo ancor di più in crisi la filiera dell’industria cinematografica e in particolare la sostenibilità della filmografia d’autore italiana. Le conseguenze furono l’aumento vertiginoso delle chiusure di sale cinematografiche in tutto il paese.

È così che dal picco dei biglietti venduti del 1955, con 819 milioni di presenze nelle Sale (Fonte: “La rivoluzione delle tv libere”), si passa a 525 milioni nel 1970, quando la televisione è ormai entrata a far parte del passatempo degli italiani; ai 241 del 1980. E il processo di erosione continuerà fino al decennio successivo con la scomparsa di oltre 5 mila sale cinematografiche italiane e il livello minimo di spettatori  pari a 90 milioni di biglietti staccati.

LA FICTION SOSTITUISCE IL CINEMA
Con la diffusione massiccia dei film commerciali e dei telefilm americani, a scapito di quelli di produzione italiana messi in crisi dal mancato introito delle vendite dei biglietti del cinema e dell’indebolimento dell’intera filiera industriale di settore, inizia a cambiare l’interesse dello spettatore medio italiano che comincia ad apprezzare le produzioni d’oltreoceano e a omologarsi all’american way of life. Di qui il passaggio alla fidelizzazione dello spettatore verso le soap opera sudamericane (anni ’80) e alla fiction (dagli anni ’90 in poi) avverrà senza traumi. Una sorta di “addomesticamento” indolore che porterà al cambio dei gusti dello spettatore medio italiano, sempre meno disposto a concentrarsi davanti a un film d’autore perché, fiaccato dalla lunghezza della giornata lavorativa, vede come unica opzione di svago accettabile una televisione leggera e commerciale. E questo portò alla fine della televisione di stato come baluardo di contenuti di qualità e alla nascita della televisione commerciale privata che in un paio di decenni, complice anche le vittorie elettorali di Silvio Berlusconi che berlusconizzerà la tv di stato, porterà anche la Rai a omologarsi verso una produzione commerciale e di scarsa qualità. 

Autore dell'articolo: Pierpaolo Spanu

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