- Travaglio bullizza Prodi e si allinea al peggior giornalismo feltriano

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Travaglio bullizza Prodi e si allinea al peggior giornalismo feltriano

 

…resta da capire che forma abbia il cervello di Prodi. Che ne abbia in abbondanza lo si desume, tra l’altro, dalle dimensioni della testa che lo contiene. Ma ciò che affascina […] è la conformazione”.

Queste le parole dell’attuale direttore de “Il Fatto Quotidiano” in merito al confronto di argomenti a favore (Travaglio) o contro (Prodi) del quesito referendario in calendario domenica 20 e lunedì 21 settembre 2020 sul Taglio del numero di parlamentari. Tutto bene sul fronte dello scambio di opinioni, seppur a distanza tra un direttore di quotidiano e un ex presidente del consiglio, ma sul piano del metodo, ovvero del linguaggio usato dal giornalista tutto è da discutere. Attaccare una persona sul piano fisico, descrivendo in tono ironico-sarcastico le sue caratteristiche fisiche è bullismo infantile che serve a riempire le righe dello spazio in pagina e soprattutto a portare la discussione sul terreno inutile dell’attacco personale.

La carriera di Marco Travaglio, ormai lunga e costellata – come quella di tutti – di successi e di sconfitte, da quando il Movimento Cinque Stelle è al governo del paese, si sta pericolosamente incagliando sulle secche dell’incoerenza e dell’attacco personale su chiunque abbia un’opinione diversa dalla sua.

TRAVAGLIO E FELTRI: QUASI DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA
Si tratta questo di un modo di fare giornalismo che fa il paio con quello di corrente opposta, quello per intenderci dei Feltri e dei Bel Pietro, solo per citarne alcuni, che livella verso il basso una credibilità professionale iniziata sotto i migliori auspici: Marco Travaglio infatti è stato allievo del grande Indro Montanelli (di cui è stato collaboratore prima a Il Giornale e poi alla Voce) e ha contribuito a controbilanciare – seppur con poche armi – lo strapotere mediatico e culturale di Berlusconi e del berlusconismo (i cui eredi vanno oggi da Matteo Renzi a Matteo Salvini, passando per Daniela Santanché e Maria Elena Boschi). La tristezza di questa parabola è che, Marco Travaglio, una volta raggiunta la libertà di scrittura in un’iniziativa editoriale tutta sua fondando il Fatto Quotidiano, giornale libero anche da apporti economici di stato (a differenza della quasi totalità dei giornali nazionali d’Italia che per sostenersi devono approvvigionarsi anche dalle casse pubbliche) e di pregevole qualità, grazie pure all’apporto di notevoli firme del giornalismo italiano, da Padellaro, a Cannavò, a Caporale, a Sansa, al giovane Feltri (Stefano) e al decano Furio Colombo; una volta messi all’angolo (almeno formalmente sul piano politico) dopo oltre un decennio di lotte, culturali e politiche, l’arroganza berlsuconiana e il nullismo del partito democratico, trasporta le discussioni e i confronti non tanto sul merito degli argomenti quanto sull’attacco personale, che spesso e volentieri è gratuito e contribuisce ad incattivire il dibattito pubblico facendolo cadere sul becero populismo di cui i Cinque Stelle oggi sono la massima rappresentanza dopo che per anni non sono stati creati gli argini (culturali e politichi) a quello di Berlusconi, Renzi, Meloni e Salvini.

TRAVAGLIO UN’OCCASIONE PERSA
Oggi dunque, il giornalismo di Marco Travaglio non ha più la credibilità di inizio carriera e rappresenta un alter ego del giornalismo populista alla Feltri o alla Bel Pietro che contribuisce ad appiattire il livello culturale del dibattito pubblico italiano e, al contempo, rappresenta un’occasione persa per un riscatto della libertà di pensiero e di critica in un paese affogato da decenni nell’ignoranza di massa e nella corruzione.

Autore dell’articolo: Pierpaolo Spanu.

                                                                                                                                                    Dorgali: 30/08/2020

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