Cronache di Paese - Zanardi, dovevi startene a casa!

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Zanardi, dovevi startene a casa!

 

Oggi tutta Italia, l’Italia sportiva ma non solo, è in attesa che i referti medici di Alex Zanardi dicano che il campione di handbike, reduce da un gravissimo incidente stradale accaduto il 19 giugno 2020 durante un allenamento, siano positive (al momento della stesura di questo articolo non si conoscono le conseguenze del trauma cranico). Nel frattempo si riapre il dibattito tra chi critica la scelta del campione di essersi rimesso a rischio la vita per esibizionismo e chi apprezza e interiorizza il messaggio intrinseco a questa scelta: essere liberi di seguire le proprie passioni e non arrendersi davanti agli ostacoli.

L’incidente appena accaduto a Zanardi segue a poco meno di venti anni quello avvenuto nel 2001 in formula Indy , il campionato automobilistico americano per vetture a ruote scoperte, quando , lo sportivo bolognese era uscito vivo per miracolo da ciò che rimaneva della sua monoposto durante una competizione nel circuito di Lausitzering, in Germania. La sua Reynard Honda, in un punto sporco della pista dopo l’ultima sosta ai box, aveva incrociato per traverso la Ford del canadese Reynard e l’impatto tra i due bolidi a oltre 300 chilometri all’ora era stato inevitabile. Ad avere la peggio era stato  Zanardi che per questo incidente era rimasto appeso alla vita con meno di un litro di sangue, subendo sette arresti cardiaci e l’amputazione di entrambe le gambe. I medici rimasero increduli su come questa persona fosse potuta sopravvivere a tutto ciò.

  • “Ho saputo guardare a quello che era rimasto, non a ciò che mancava”. ALEX ZANARDI

Per la maggior parte delle persone (“normali”) la sopravvivenza all’incidente in Germania sarebbe dovuta essere una vittoria definitiva da non rimettere più in discussione, soprattutto in ambito sportivo, visto che lo sport è associato all’accezione dello svago e del superfluo di cui se ne potrebbe fare a meno. Ma per Alex Zanardi non era così. Se le gambe non funzionavano più, erano rimasti i muscoli del tronco e delle braccia. È così che l’ormai ex campione di automobilistico raccolse letteralmente ciò che era rimasto di sé e si buttò a capofitto in un’altra disciplina sportiva, il paraciclismo, dove, a sei anni dallo spaventoso incidente in formula Indy si è rimesso in corsa sulla sua handbike per la maratona di New York.

LA MEDAGLIA D’ORO A SEI ANNI DALLA MORTE IN FACCIA
La Maratona di New York è stata per il campione l’inizio di una nuova storia sportiva e umana dai risvolti imprevedibili sul piano agonistico, perché da qui in poi conquista in breve le vette più alte della disciplina passando dalla vittoria al Campionato Italiano di specialità (2010), a quella con relativo record nella Maratona di Roma del 2012. A questo punto il passo successivo sono le Olimpiadi di Londra che seguono pochi mesi. Nei circuiti inglesi Zanardi porta a casa la medaglia d’oro nella prova a Cronometro nonché la medaglia d’argento in quella su Strada. Seguono altre vittorie in competizioni internazionali fino alla elezione, in autunno, di “Atleta del mese” da parte del Comitato Paralimpico Internazionale. Chiusa l'Olimpiade rientra in gara internazionale e in Canada vince la Coppa del Mondo; seguono i mondiali di Baie-Comeau dove si porta a casa altre tre medaglie d’oro. È già nel 2013 e ancora altri successi: vince due ori, due argenti e un bronzo in Coppa del Mondo, più, di nuovo, l’oro ai mondiali di  Greenville negli Stati Uniti. Sembra che la carriera sia già abbastanza piena di successi, ma per Zanardi non basta. Gli anni tra l’Olimpiade di Londra (2012) e quella di Rio de Janeiro (2016) sono molto fruttiferi: il palmares si arricchisce di nuovi traguardi che servono all’approdo alla massima competizione sudamericana con il colpo in canna nelle specialità. E così accade. Dal Brasile si porta a casa due ori (Cronometro e Staffetta) e un argento (Linea). 



DALLE OLIMPIADI ALLA QUOTIDIANITÀ DI SPORTIVO DI LIVELLO
Da Rio De Janeiro in poi Zanardi continua la sua carriera di sportivo partecipando a tutte le competizioni nazionali e internazionali che il suo livello di agonista d’élite gli consentono. Ciò significa continuare a tenere alta la guardia sul piano dell’intensità degli allenamenti e la ricerca di prestazioni e risultati, spingendo il fisico e la mente verso traguardi sempre più alti che gli consentano di mantenere l’alto livello di competitività raggiunto. Per fare tutto ciò, anche per chi ha talento e forza di volontà come Zanardi, significa, fare gli allenamenti pure in strade e a traffico aperto. Perché, è chiaro, che anche se sei Alex Zanardi è impensabile che venga chiuso per te il traffico automobilistico di un tratto di strada al fine di consentire un allenamento paraciclistico in totale sicurezza. Purtroppo, questa concomitanza di eventi, che espone qualsiasi ciclista o podista, amatoriale o agonista o professionista che sia, è alla base dell’incidente accaduto venerdì 19 giugno 2020 in cui la bici di Alex Zanardi si è scontrata, per una perdita di controllo da parte del ciclista, contro un camion sulla strada provinciale che da Pienza porta a San Quirico in provincia di Siena. Le conseguenze per il campione bolognese ancora una volta sono al limite della sopravvivenza: collasso facciale e doppia frattura alle ossa frontali del cranio. [ Al momento in cui scriviamo questo articolo la prognosi è riservata ma i medici escludono – al momento – l’ipotesi di danni permanenti al cervello].

ZANARDI DOVEVI RITIRARTI
La carriera sportiva di Alex Zanardi soprattutto dopo il primo incidente automobilistico e la ripresa dell’attività sportiva in handbike ha suscitato nell’opinione pubblica opinioni contrastanti riassumibili in due punti principali:

  • chi ritiene che il campione avrebbe dovuto fermarsi dopo l’incidente automobilistico e ritirarsi a vita privata;
  • chi ritiene che il campione abbia fatto bene a continuare la sua passione per la competizione con se stesso passando a una disciplina sportiva adatta alle sue nuove condizioni fisiche dopo l’incidente in Germania del 2001.

Dietro queste due posizioni ci sono due forme mentis culturali e psicologiche diverse che è interessante mettere in luce perché danno uno spaccato molto netto della società attuale.

ZANARDI E LA CONCEZIONE CATTOLICA
Per chi sostiene l’opinione del ritiro è chiaro che ci sia la matrice cattolica, moralistica e colpevolista. Secondo costoro Zanardi “aveva già messo a rischio la sua vita e non avrebbe dovuto rifarlo nuovamente”. E ancora: “Zanardi avrebbe dovuto ritirarsi e non cercare nuovi riflettori per esaltare il suo ego che lo vorrebbe protagonista”.

LO SPORT SANO È UN CONFRONTO CON SE STESSI
L’associazione atletismo e narcisismo è sempre possibile in una società competitiva ed esibizionista come questa, tuttavia c’è da chiedersi se una persona che si sottopone a grossi sforzi per portare a termine una gara; oppure per costruire la sua forma fisica e mentale in allenamento sia disposta a fare tutto ciò per apparire. In una persona sana di mente, il rapporto con lo sforzo e il dolore che questo comporta, è un rapporto intimo, personale e autentico. Il cervello di una persona sana ed equilibrata non può disporre anche di energie per soddisfare un bisogno di apparenza sociale perché, alla fine, il confronto con il cronometro, con il peso da spostare o con l’avversario da affrontare, si fa in prima persona. Da soli. Questo perché la responsabilità e il peso di queste azioni sono di pertinenza personale: non è lo spettatore o il seguace che si sottopone allo sforzo e al dolore, ma è l’atleta. Solo l’atleta.  

IL CONTRIBUTO DI ZANARDI ALLA CRESCITA PERSONALE E SOCIALE DEL PAESE
Per chi invece approva la scelta di Alex Zanardi di rimettersi in gioco con lo sport e continuare la sua vita in competizione con se stesso, è un’operazione molto costruttiva e da imitare per quanto possibili ai fini di una crescita personale. Una scelta che ben si confà a una personalità positiva, volitiva, costruttiva e generosa. Il messaggio che Alex Zanardi dà nel rimettersi in sella dopo aver visto la morte è semplicemente uno: “non arrendersi”.

Oppure, come ha detto lui stesso in un’intervista “… quando arrivi alla fine di una gara e pensi di aver dato tutto, prova a dare ancora per altri 5 secondi. È questo il tempo che separa te dall’avversario e ti porta alla vittoria su di esso”

LA PRIGIONE CATTOLICA E LA LIBERTÀ LAICA
Per una società consumista, viziata e bigotta, la concezione della ripresa della battaglia dopo una menomazione fisica è inconcepibile. Zanardi con questo gesto ha così messo in discussione un modus vivendi fatto di comodità; di “tutto è dovuto”; di disprezzo e paura per lo sforzo e per il dolore volitivi che questo comporta. Zanardi ha scelto in questo modo la libertà individuale e la relativa responsabilità personale per la propria scelta di vita a fronte di una conduzione della propria  esistenza rispondendo ai dettami degli altri, della Chiesa e della morale. Ha scelto la libertà di non arrendersi al posto di quella del ritiro in penitenza per “aver commesso la grave colpa di correre più degli altri, al limite del potere umano”. Una presunzione che la morale cattolica non ammette perché l’uomo non deve spingersi oltre quel limite, quel limite imposto dal Sistema che preferisce un individuo debole e incapace di scegliere liberamente cosa fare della propria vita. “Tanto, è inutile che corra così velocemente perché egli non potrà mai raggiungere la velocità di Dio”.

Autore dell'articolo: Pierpaolo Spanu

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