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Quell'affare chiamato politica

 

In Italia dedicarsi alla politica “attiva” ovvero a quell’insieme di attività che iniziano con la candidatura, proseguono con la presa in carica di varie mansioni gestionali-amministrative della cosa pubblica e si concludono, nel migliore dei casi, nell’entrare nelle vere “stanze dei bottoni” (giunta comunale, regionale o parlamento nazionale o europeo, organismi di rappresentanza nazionale o internazionale) significa, tra le altre cose, avere grosse chance per ottenere un ottimofine mese” e mettere da parte un bel gruzzolo (un capitale per chi fa carriere decennali) per se, per gli amici e per la famiglia.

Per “bel gruzzolo” s’intende il denaro che arriva da diarie, rimborsi spese, vitalizi e tutto ciò che riguarda i cosiddetti “incassi vari” che sono talvolta frutto di privilegi acquisiti e legalmente riconosciuti oppure di rendicontazioni forfettarie orientate per eccesso.
Ovviamente non tutta la classe politica si muove spinta da interessi personali così venali. Un’altra parte di essa infatti è composta da personalità di spessore culturale e morale che si dedica alla politica con autentico ideale altruista e talvolta offre le somme che accumula dai benefici acquisiti facendo politica attiva per conto di associazioni di volontariato o cause umanitarie, ecologiste o sociali.

IL SIGNIFICATO DI "POLITICA"
In lingua italiana il significato letterale della parola “politica” è quello di “gestione e direzione della cosa pubblica” e ciò vuol dire entrare a far parte di coloro che hanno, per forza di cose, un potere di comando sugli altri cittadini.

DELEGANTE E DELEGATO
La politica può essere fatta in diversi modi. Una prima distinzione di modi la si può fare tra “ delegato politico” e “delegante politico”. Questa distinzione presuppone che tutti i cittadini tecnicamente possono fare politica; ovvero che tutte le persone, in quanto membri della società umana svolgono a vario titolo e a vari livelli, volenti o nolenti, azioni che inevitabilmente si ripercuotono sugli altri. E quindi, teoricamente "tutti fanno politica" in quanto tutti sono membri della società.

Seguendo ancora questa distinzione le azioni politiche possono essere svolte da due tipologie di soggetti:

  1. dal delegato politico, ovvero da colui che svolge operazioni ufficiali e riconosciute da una carica di rappresentanza (consigliere, assessore, deputato, senatore…);
  2. dal delegante politico, ovvero da colui che nomina, attraverso l'elezione, chi fa il delegato per assolvere al compito di portare avanti le proprie idee. 

La distinzione tra delegante e delegato politico la si trova chiara nell’esempio classico di chi vota (delegante politico) e non fa il candidato (delegato politico), o anche di chi fa entrambi i ruoli, vota (delegante politico) e fa pure il candidato (delegato politico).

La società, perché funzioni bene, deve avere solitamente la maggior parte delle persone che fa politica delegante e la minore parte che fa invece politica delegata per il semplice fatto che, per ragioni di efficienza dell’azione politica stessa, è fondamentale che a rappresentare siano in pochi, la minoranza, e ad essere rappresentati siano in tanti, la maggioranza.

FACCIO POLITICA PER ME O PER GLI ALTRI
Entrare nelle stanze del potere e stabilire una serie di relazioni orientate al mantenimento dello stato di potere significa, per chi fa politica delegata, rispondere – consapevolmente o inconsapevolmente – a una domanda: per quale motivo si fa politica? E le risposte possono essere tante, proviamo ad elencarne alcune esprimendole in prima persona:

  1. “Faccio il delegato politico per aiutare la comunità in cui vivo e per la quale vorrei dare il mio contributo
  2. “Faccio il delegato politico perché seguo degli ideali positivi che vorrei vedere realizzati nella società”
  3. “Faccio il delegato politico perché sono particolarmente bravo a fare una cosa e vorrei trasmettere agli altri l’importanza di questa cosa per il benessere di tutti”
  4. “Faccio il delegato politico perché voglio avere uno stipendio e fare carriera
  5. “Faccio il delegato politico perché sono referente di un interesse economico privato e devo rappresentarlo in ambito pubblico – decisionale per tutelarlo, rinforzarlo e aiutarlo a crescere”
  6. “Faccio il delegato politico perché faccio parte di un clan mafioso o di un gruppo criminale che rischia ogni momento l’arresto e ha necessità di un rappresentante politico che tuteli i suoi interessi e le sue azioni criminali” 

LA POLITICA IN DEMOCRAZIA
E ovvio che, in un paese democratico e meritocratico, solo le prime tre motivazioni avrebbero ragion d’essere perché, come si evince chiaramente, sono quelle là ad essere veramente funzionali alla crescita di un paese con tali caratteristiche. Le altre motivazioni che sottintendono ad un cittadino la volontà di entrare in politica non sono in linea con la realtà (per quanto relativa) di un paese democratico e meritocratico.

LA POLITICA MONDIALE IN MANO A POCHI
Osservando oggi l’andamento generale della società e guardando la storia dell’umanità, molto difficilmente si riescono ad intravedere operazioni politiche mosse dalle prime tre motivazioni di cui sopra. Gli episodi che racconta la storia con alla base queste spinte motivazionale (quelle funzionali ad uno stato democratico e meritocratico) sono pochi e frutto comunque di grandissimi sforzi degli ultimi e dei derubati; gli episodi che invece la storia racconta con le ultime tre spinte motivazionali (quelle non funzionali ad uno stato democratico e meritocratico) sono la maggior parte. Il peso specifico in termini storici di questi ultimi è schiacciante rispetto al primo tipo. Per avere conferma di questo basta rileggersi la storia della Chiesa o delle religioni di stato in genere; la storia delle guerre mondiali o, per quanto riguarda il mondo contemporaneo, la crisi ambientale che sta divorando il pianeta.


L’OLOCAUSTO AMBIENTALE DIMOSTRA CHE ALLA GUIDA DEL MONDO
NON CI SONO SOCIETÀ DEMOCRATICHE E MERITOCRATICHE
Uno degli argomenti di maggiore attualità negli ultimi dieci anni è la vicenda dell’olocausto ambientale, ovvero del processo di distruzione dell’ambiente naturale causato dall’impatto antropico sul mondo.

Il ritardo, rispetto agli effetti dannosi già in atto, con cui le comunità ai vari livelli stanno introducendo politiche ambientali per la salvaguardia del pianeta dimostra chiaramente che al comando delle società mondali più importanti da un punto di vista economico e politico non ci sono degli stati democratici e meritocratici. Dalla rivoluzione industriale ad oggi infatti l’impatto ambientale delle attività umane è stato via via crescente fino a subire un’accelerazione con la nascita e il consolidamento del consumismo di massa. Questo ritardo è banalmente dovuto al fatto che la maggior parte delle organizzazioni politiche di vertice, le monarchie assolute prima e gli stati nazionali poi, sono stati e sono sistemi statali che politicamente non hanno mai agito e non agiscono mai a favore del consumo razionale ed egualitario delle risorse ambientali disponibili. Essi hanno per la maggior parte dei casi agito politicamente per favorire interessi personali e di parte che sono stati di volta in volta rappresentati, tutelati e coltivati.

ITALIA PAESE CORROTTO E LA POLITICA SERVE LA CORRUZIONE
L’Italia, uno dei paesi col tasso di corruzione pubblica tra i più alti del mondo (in Italia si arresta una persona ogni 10 giorni per corruzione sugli appalti pubblici – Rapporto Anac 2016-19) dove lo stato di degrado culturale e civile è assai marcato, è vicina al tracollo finanziario, tra le altre motivazioni, proprio perché la classe politica risponde prevalentemente a interessi privati che logicamente si muovono per raggiungere obiettivi opposti rispetto a quelli pubblici e generali. Gli esempi che si possono fare in tal senso sono tantissimi sia attingendo alla cronaca più attuale che a quella risalente agli anni ’60-‘70, quando, gli effetti del boom economico e l’allentamento dei vincoli morali dei politici dopo i primissimi anni del secondo dopo guerra (gli anni della “Ricostruzione post-bellica”) era ormai un modus operandi generalizzato. I casi più importanti di questo allentamento morale hanno dirottato spudoratamente le azioni politiche verso la tutela di poche persone a discapito della popolazione generale. Per fare un esempio basta pensare alla storia della Fiat, la più grande casa automobilistica italiana. Questa, sin dalle origini, pur essendo un’azienda privata, a fronte del fatto che era in grado produrre beni fondamentali per la crescita del paese (mezzi di trasporto, ma non solo), per funzionare, aveva necessità di coinvolgere economie e forza lavoro in gran quantità e per sostenersi poteva contare non solo sul contributo vitale dei lavoratori, ma anche su considerevoli elargizioni pubbliche le quali, in parte, sono servite a fagocitare la concorrenza nazionale e a distruggerla. Il risultato è quello attuale: l’Italia è periferia mondiale nel settore e si occupa per la maggior parte di assemblaggio di parti su commissione. Gli utili netti e il saldo del debito fiscale invece sono stati dirottati oltre i confini nazionali. La storia della Fiat è un esempio classico di cosa succeda quando un privato, senza alcun controllo  dello Stato democratico, viene favorito dalla politica compiacente che gli presta la faccia e le risorse del pubblico.

L’IDENTIKIT DEL POLITICO 
Per avere ancora più chiarezza sul fatto che in politica, una buona parte di coloro che vi entrano lo fanno per interessi non in linea con quelli del benessere generale, basta guardare alcuni curriculum e la storia politica e personale di alcuni esponenti dell’attuale classe politica. Proviamo in tal senso a descrivere per sommi capi i profili di quattro tipologie di politico tipiche che generalmente si propongono a fare politica o vengono proposti dalla politica stessa.
Ne individuiamo per semplicità quattro, due negative e due positive. In Italia entrano a fare politica:

1)      quelli che professionalmente non hanno realizzato nulla. Si tratta di persone che vengono da un percorso scolastico mediocre nei risultati e insufficiente nelle qualifiche ottenute e da un’attività professionale che non gli ha dato, a causa del loro demerito, il giusto spazio, sia in termini di visibilità sociale che di ritorno economico. Ecco allora che, ad un certo punto della loro vita esposta a forte rischio fallimento, viene in loro soccorso l’occasione di entrare in politica: una candidatura proposta da un partito o da un movimento che cerca esponenti in voglia di tentare la carriera e/o quanto meno di rappresentare, anche per un breve periodo, le loro istanze nelle sedi amministrative; oppure è il soggetto stesso che si fa avanti (meglio se in un piccolo partito dove la concorrenza degli aspiranti politici è minore) e si propone come candidato. Perché l’aggancio alla politica abbia successo è fondamentale che ci sia un terreno di coltura adatto, ovvero un ambiente sociale che rispecchi quelle caratteristiche di mediocrità e di “demeritocrazia”, altrimenti, ci sarà, prima o poi una inevitabile esclusione dovuta al conflitto di diversità (in primis quella culturale e a seguire quella di merito e di metodo). Tali soggetti, ovviamente, per fare carriera ed entrare nelle “stanze del potere”, non avendo talenti personali (o non avendoli saputi individuare), si devono far affiancare dai veri “bravi”, ossia da quei tecnici e intellettuali che stanno nel “dietro le quinte” della sua vita politica e che danno corpo alla sua mediocrità, cioè a ciò che “corpo” o “sostanza” teoricamente non ha. Il compito del politico rimane quindi quello di sapersi vendere e di saper apparire coprendo, fin dove è possibile, la propria mediocrità di fondo. Il successo di una candidatura del genere è possibile inoltre se nella società è presente un alto tasso di ignoranza di massa, tale da non saper distinguere il vero dal non vero, il mediocre dal bravo, il capace dall’incapace. Inoltre, a ciò, si aggiunga che, non avendo una bravura di base, a costoro per scalare posizioni, è fondamentale sapersi “buttare nella mischia”, ciò significa essere disinibiti, avere la “faccia tosta”, tentare di bruciare le tappe e saper innescare un meccanismo di compra-vendita su tutti i fronti e a doppio verso: ciò significa prestare il tempo, le energie e la faccia per comprare qualsiasi cosa sia funzionale alla scalata di posizioni (promesse elettorali ai potenziali elettori oppure scambi di favore con aziende che chiedono tutela ai propri interessi o, eventualmente, una corsia preferenziale per accedere a posizioni di vantaggio rispetto alla concorrenza). Per fare tutto questo non bisogna avere scrupoli morali (o averne il meno possibile) perché ciò significherebbe avere dei freni al raggiungimento del successo ed è per questo che tale tipologia di candidato, anche se ha molte possibilità di entrare in politica e concretizzare vantaggi personali altrimenti impensabili, non è per tutte le psicologie di cittadini, i quali, molto spesso, non hanno la spregiudicatezza di cui sopra.

2)      Il secondo caso è quello di quelli che professionalmente sono arrivati a creare grosse aziende, grandi business e/o piccole o grandi lobby che generano grandi affari. Quelle persone insomma che sono state capaci, più per furbizia che per merito reale, di mobilitare grosse fette di popolazione e di interessi generali e, ad un certo punto della loro vita, si sono dedicate direttamente alla politica per mantenere quella posizione di forza sul mercato e magari conquistarne di nuova avendo ora la possibilità di dirottare quelle che dovevano essere manovre a favore della collettività verso i propri business (il cosiddetto “conflitto di interessi”). Questa tipologia di candidato, a differenza della precedente, non è un incapace e non è reduce da insuccessi scolastici o lavorativi che hanno impedito la maturazione professionale, ma si tratta anche qui di persone spregiudicate, assettate di potere e benessere materiale che sfociano nel consumismo fine a se stesso e nell’edonismo più sfrenato.
L’obiettivo per costoro è entrare in politica per mantenere lo status economico-finanziario e sociale acquisito e proteggerlo da minacciose politiche di redistribuzione delle risorse e di verifica fiscale che potrebbero essere messe in atto da politici veri, i quali, con provvedimenti legislativi ad hoc, potrebbero mettere in luce una vita aziendale nata e mantenuta senza rispettare le leggi e, non ultimo, continuare a rinforzare la propria posizione a sfavore della concorrenza. Diciamo che per questi soggetti lo sfocio in politica è una naturale conseguenza di quello status di potere raggiunto che, inevitabilmente, entra in rapporto con la politica e le amministrazioni delle società e dei paesi a tutti i livelli. A questo punto per fare politica a tali soggetti basta mettere in campo il proprio potere contrattuale, ossia la propria disponibilità economica per “pagare” letteralmente tutti coloro che a vario titolo devono “lavorare” per la loro attività politica. Sono i cosiddetti faccendieri. Sono soprattutto politici rimasti senza incarichi e provenienti da altre correnti, oppure intellettuali e giornalisti figure fondamentali per creare artificiosamente un appeal gradevole ai potenziali elettori, specialmente di coloro che hanno un bagaglio culturale mediocre e un basso senso critico così da accettare inconsapevolmente la discrepanza tra il suo potere assolutistico e la cura per l’interesse pubblico. Questo passaggio avviene molto spesso grazie a un lungo periodo (anche decenni) di “preparativi culturali e contrattuali” che poi peseranno in maniera determinante una volta che la carriera politica entra nel vivo e attraversa i momenti di maggiore difficoltà. È inevitabile infatti che queste concentrazioni di potere prima o poi non entrino in conflitto con gli interessi pubblici (ritorna anche qui il “conflitto di interessi”) ed è fondamentale per questo motivo creare le condizioni perché l’opinione pubblica accetti questo status e lo ritenga conciliabile con una carica politica. In un’economia di mercato così pronunciata come l’attuale, dove la finanza pesa di più dell’economia reale ,e in cui il potere del denaro è in grado di abbattere qualsiasi resistenza morale, creare queste precondizioni è solo una questione legata alla quantità di denaro che si dispone per “comprare” gli altri e trasformarli in dipendenti-sostenitori-schiavi.  

3)      Ad un altro gruppo appartengono quelli che, mossi da una passione per l’ “argomento politica” dedicano la loro vita, i loro studi, le loro risorse all’attività politica in ambito strettamente amministrativo, economico-finanziario, tecnico, oppure danno corpo a correnti di pensiero con le loro riflessioni, le loro ricerche, i loro studi in vari campi, da quello scientifico a quello umanistico. Questa tipologia di candidati/aspiranti si presenta davanti alla politica molto spesso con un curriculum molto corposo, sia in termini di studi accademici (laurea, master, vite ed esperienze varie…) che di vissuto a contatto diretto con la macchina burocratico-amministrativa: magari hanno avuto amicizie o parentele con politici già in opera, che si sono fatti fare, in forma di volontariato discorsi, ricerche, segretariato, rapporti con la stampa. Oppure hanno maturato esperienze dirette come membri di seggi elettorali, consiglieri di minoranza, organi di rappresentanza o ancora si sono dedicati ad attività di giornalismo locale, di settore o a volontariato di vario tipo, da quello di soccorso, a quello ambientale, a quello più marcatamente sociale o culturale. Tutto questo bagaglio fa certamente da corpo alla candidatura che, grazie anche ad una visibilità accumulata nel tempo, in cui le persone che hanno stabilito una relazione con costoro possono averne riconosciuto la dedizione, l’impegno, la bravura e i talenti che potrebbero tornare utili ad una vita politica ancora più attiva e di prima persona. I candidati con questo background sono molto appetibili dalla politica, sia per la loro laboriosità che per la loro professionalità. Il loro maggior pericolo è se sono affetti da ingenuità cronica. Talvolta, se non sanno gestire bene il loro percorso di penetrazione nei meandri della politica finiscono per essere usati a oltranza ed essere collocati nelle retrovie a fare il lavoro più faticoso di “cucina”, ovvero stesura di discorsi, organizzazione di eventi, conferenze stampa, rilascio di dichiarazioni alla stampa sempre e solo di seconda battuta rispetto al leader etc etc, insomma una posizione che non dà la giusta collocazione a questo valore professionale. Altre volte la politica teme queste candidature perché sono una minaccia a chi la politica la fa con incompetenza di fondo e si è conquistato la posizione di rilievo sgomitando tra mille forme di concorrenza (da quella di chi è più scaltro e spregiudicato a quella di chi è stato più fortunato o più capace).  Sempre restando sulla ingenuità cronica, per i politici con le caratteristiche di cui sopra un grosso pericolo è sicuramente quello di finire in pasto all’improvvisazione generale di partiti o movimenti che, assetati di “esperti”, cercano in tutti i modi di captare e fagocitare queste figure. Il rischio che si corre è di entrare in un pantano dove la pochezza generale rischia di offuscare la differenza tra merito e demerito, capace e incapace e che le vere qualità dell’aspirante finiscano per diluirsi nel mare della mediocrità imperante. Peggio infine il rischio di entrare a far parte di organizzazioni politiche affariste e prive di ideologie egualitarie e meritocratiche dove l’affarismo di pessima fattura è la costante assoluta. Pure qui, il rischio di perdere le tracce del buon senso e il lume di una carriera altrimenti impeccabile o quanto meno dignitosa è dietro l’angolo. Molto importante quindi avere sin da subito le idee chiare su dove si vuole andare, stabilire quali compromessi si è disposti a contrattare e rigare dritti a costo anche di rinunciare al successo e alle poltrone più lucrose e ambite pur di fare una vita politica in linea con le aspettative delle radiose premesse.

4)      Infine un accenno a quelli che, sulla base della loro carriera di successo (di studio, di affari), sono stati coinvolti dalla politica per dare un contributo alla collettività e provare a mettere a disposizione le loro capacità con la speranza che possano fruttare allo stesso modo poste al servizio degli altri.  Costoro sono degli altruisti. Mossi da una grossa generosità, sentono ad un certo punto della loro vita la necessità di completare il loro ventaglio di soddisfazioni personali travasando il loro impegno e il loro talento che li ha portati al successo nel campo professionale  e nel campo della politica. Molto spesso questa tipologia di politici vengono riconosciuti tali da chi è già in politica quando vengono “chiamati per dare una mano” a portare avanti un progetto o per dare più credito alla politica stessa. Si pensi ai senatori a vita, oppure ai cosiddetti “tecnici”, o invece ai più semplici consiglieri comunali. I primi si tratta quasi sempre di personalità di altissimo livello morale e/o professionale, nominati dal Presidente della Repubblica perché il significato della loro vita professionale è stato di tale importanza per la collettività che il riconoscimento di rappresentate ufficiale di istanze pubbliche è una logica conseguenza. I secondi, quelli che il giornalismo degli ultimi anni ha chiamato “tecnici” sono degli specialisti di un determinato settore (scientifico, culturale, tecnico-amministrativo, sociale, economico, finanziario) che vengono invitati dalla politica a dare una mano per risolvere una crisi di rappresentanza dovuta a un crollo di credibilità della politica stessa che mette a repentaglio la rappresentatività. Questo avviene perché la politica spesso perde probabilità di successo in quanto sono stati scardinati dalla magistratura alcuni meccanismi di elezione che sono fortemente legati alla corruzione; oppure perché la politica si è resa conto di non disporre al suo interno di personalità abbastanza capaci per risolvere un determinato problema.

Autore: Pierpaolo Spanu

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