- Cinquecento anni per cancellare i gorilla

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Cinquecento anni per cancellare i gorilla

 

La storia del rapporto tra il gorilla, la scimmia antropomorfa più vicina all’uomo, dopo lo scimpanzé, e l’uomo moderno, è iniziata con le prime spedizioni di Vasco de Gama (1498) ma si è trasformata, fin da subito, in uno scontro che ha portato l’animale all’attuale rischio di estinzione completa. Contemporaneamente, la cultura popolare ha fatto in tempo ad essere inzuppata per secoli di pregiudizi e ignoranza su questa specie, dipingendola come un essere mostruoso e malvagio (King Kong) e esempio di specie simile all’uomo moderno per aspetto, ma intellettualmente inferiore (Tarzan). Questi tabù distribuiti con forza dalla letteratura e dal cinema hanno consentito ai primi colonizzatori e ai bracconieri di agire indisturbati per secoli, uccidendo e sterminando i gorilla e i loro branchi da ogni foresta africana, fino al punto da ridurli, dopo cinquecento anni, all’attuale rischio di estinzione, con una perdita definitiva del 10% di esemplari (gorilla di pianura) ogni anno. Mentre, la specie più abbondante, il gorilla gorilla, o gorilla di montagna, lotta tra alterne fortune, per mantenere una popolazione inferiore ai 100 mila esemplari.

IL GORILLA
Il Gorilla è tra le scimmie antropomorfe quella di maggiori dimensioni, la sua altezza varia da 1,40 cm per le femmine a 1,60/ 2,00 cm per i maschi.

L’origine del nome “gorilla” usato per la prima volta dal zoologo  francese Isidore Geoffroy Saint-Hilaire, deriva dal greco Górillai (Γόριλλαι), che erano le donne pelose e selvagge dei territori ad ovest del Nilo, in Africa.

La tassonomia del gorilla comprende due sottospecie: il gorilla occidentale, o Gorilla gorilla, che comprende il gorilla di pianura e il gorilla orientale, o Gorilla beringei, che comprende anche il gorilla di montagna, il più grande di tutti.

-          Descrizione e comportamento dei gorilla 

Il Gorilla è un animale forte e di dimensioni importanti, ma è solitamente pacifico. La sua posizione tipica è quella clinograda, ovvero inclinata in avanti e si sposta poggiando a terra le nocche degli arti superiori. Raramente il gorilla sta su due zampe anche per via del grosso peso degli arti superiori, della testa e del busto.

I gorilla vivono in branchi di una decina di esemplari con a capo un maschio dominante, il silverback o “schiena grigia” per via della sfumatura grigia delle peluria dorsale. Questi maschi possono raggiungere dimensioni considerevoli superando il metro e ottanta di lunghezza e i duecento chili di peso. Il compito più importate del silverback è quello di guidare il branco negli spostamenti e di proteggerlo dalle minacce esterne.

Maschi e femmine costruiscono il loro nido tra gli alberi e talvolta il maschio può scendere a terra per scacciare possibili aggressori e o per dimostrare la sua posizione di capo branco. In genere il gorilla non ha predatori, tranne il leopardo che talvolta può attaccare i cuccioli o le femmine, ma raramente aggredisce i maschi adulti. La vita media di un gorilla è di 30-40 anni e può arrivare a 50 in cattività.


GORILLA, DA RE DELL’AFRICA A PUPAZZO CINEMATOGRAFICO
L’immagine popolare della seconda specie di primate più vicina all’uomo per caratteristiche morfologiche e genetiche dopo lo scimpanzé, affonda le sue radici nelle prime esplorazioni degli europei nelle foreste dell’Africa centrale durante le colonizzazioni.

L’incontro tra l’uomo europeo e il gorilla a fine ‘500 non è stato pacifico e a tutt’oggi, il confronto, si sta svolgendo a sfavore di quest’ultimo che rischia la completa estinzione.

Le prime spedizioni nelle foreste dell’Africa continentale sia sul versante occidentale (Repubblica democratica del Congo) che su quello orientale (tra Nigeria, Guinea Equatoriale, Camerun, Repubblica Centrafricana e Angola) sono iniziate dopo il 1498, cioè dopo che nei porti naturali dell’Africa, sull’Oceano Atlantico e Indiano, sono approdate le spedizioni di Vasco De Gama.  Allora le popolazioni di gorilla erano diffuse su un areale che comprendeva tutta l’Africa continentale, dalle sponde del Nilo all’Oceano Atlantico, dal sud del Sahara ai confini con l’attuale Sud Africa.

L’incontro tra homo sapiens sapiens europeo e questa specie di scimmia è stato quasi immediato con un passaggio quasi altrettanto veloce dallo stato di shock all’indifferenza, senza mai interessare il versante della curiosità contemplativa, lo studio e il rispetto della diversità animale.

Il confronto è stato tra l’ospite colonizzatore e famelico di risorse ambientali che agisce per scopi commerciali; rappresentante della massima evoluzione antropomorfica e ancorato a sovrastrutture mentali e culturali radicate in oltre 200 mila anni di storia e vita in comune coi suoi simili, con cui aveva saputo costruire – in una terra lontana dalla culla africana – una società articolata e complessa, fortemente incentrata sulle credenze religiose di matrice cristiano-cattolica e l’animale con sembianze umane ma che, da 9 milioni di anni, viveva ancora stabilmente in quei posti originari della stessa specie umana, ma con cui aveva mantenuto un perfetta simbiosi e di cui ne rispettava le leggi.

Solo con la coscienza ambientalista iniziata col secondo dopoguerra l’opinione pubblica ha maturato il rispetto e la comprensione verso questa diversità di specie ma, nel contempo, non ha ancora fatto in tempo a frenare il rischio di estinzione a cui, l’homo sapiens sta inesorabilmente esponendo il gorilla.

LO SHOCK DINNANZI ALL’OMACCIO NERO
Per un esploratore europeo di fine ‘400 trovarsi per la prima volta di fronte un gorilla è stata un’esperienza scioccante che ha scardinato le credenze secondo cui gli uomini sulla terra sono tutti bianchi, con pochi peli e che vivono in comunità costruite attorno ad una chiesa. La somiglianza di questo animale con l’essere umano e al contempo, la vita che questi conduceva tra gli alberi e in assoluta nudità, erano paradossi difficilissimi da comprendere per l’uomo europeo di quell’epoca: il rigetto era inevitabile. In più, la frenesia predatoria di natura commerciale per accaparrarsi tutte le risorse ambientali traducibili in ricchezza monetaria, hanno fatto si che il confronto si trasformasse subito in uno scontro. Un conflitto che, per essere condiviso anche dall’opinione pubblica a sostegno di queste campagne, ma che mal digerisce la violenza cruda della colonizzazione, deve essere presentato con messaggi distorsivi della realtà, dipingendo il gorilla come un animale poco intelligente (Tarzan); a metà strada tra uomo malvagio e scimmia, cannibale, bruto e violento; capace di aggredire e violentare le donne; che vive in società violente tra lotte sanguinose e vorace mangiatore di uomini (King Kong). In questo modo è più facile iniziare le campagne di sterminio che hanno portato l’homo sapiens sapiens a cacciare, in poco più di cinquecento anni, quasi tutti gli esemplari di gorilla presenti sulla Terra.

LA DEBOLE RESISTENZA DI UNA COSCIENZA AMBIENTALE TARDIVA
Oggi la lotta per la sopravvivenza del gorilla è affidata a tre difensori:

  1. l’opinione pubblica mondiale sensibilizzata attraverso la formazione sul rischio di estinzione imminente di questa importantissima specie di scimmia antropomorfa;
  2. la creazione di ambienti naturali protetti;
  3. il sostegno alla ricerca scientifica sulla specie che porti a definire sempre di più le caratteristiche dell’animale, l’importanza della sua presenza prolifica e in salute nelle foreste africane di origine, la sua storia e il rapporto genetico con l’uomo sui vicino parente.

Purtroppo, attualmente, questa lotta rischia di essere definitivamente persa, perché, uno dopo l’altro i sistemi di difesa del gorilla da questa aggressione gratuita dell’uomo per scopi commerciali sono progressivamente caduti e adesso anche il tempo comincia a voltare le spalle alle probabilità di salvezza della specie. L’ultimo crimine ai danni dei gorilla in ordine di tempo è l’uccisione a fine aprile del 2020 di 12 guardie ambientali del Parco nazionale dei Vulcani Virunga, nella Repubblica Democratica del Congo dove si trovano gli ultimi gorilla di montagna. Gli interessi economici che ruotano attorno allo sfruttamento commerciale dei gorilla superstiti sono ancora fortissimi, alimentati anche dalla predazione illegale del ricchissimo legname presente negli oltre 780 chilometri quadrati del parco. Questo agguato è l’ultimo in ordine di tempo che segue una lunga scia di sangue sempre a sfavore dei protettori dei gorilla e cominciata nel lontano 1985 con l’uccisione brutale, sempre per gli stessi motivi,  di Diane Fossey, la più importante zoologa esperta in materia che dedicò la sua vita allo studio e alla difesa dei gorilla, come patrimonio naturale di inestimabile valore per il mondo e per l’umanità.




Autore dell'Articolo: Pierpaolo Spanu

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