Il Rinascimento - Giordano Bruno

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Giordano Bruno

 

Giordano Bruno nasce a Nola (Campania) nel 1548 e muore a Roma il 17 febbraio 1600 arso vivo in piazza Campo de’ Fiori a seguito della condanna a morte per eresia dal Tribunale dell’Inquisizione. Bruno è stato il più grande filosofo del Rinascimento italiano diventando, a seguito della sua morte, simbolo di libertà e laicismo contro l’intolleranza cattolica. Egli fu un filosofo naturalista che maturò la sua posizione culturale e politica nel corso di numerosi studi in tutti i campi del sapere e di un lungo pellegrinaggio nelle principali città europee alla ricerca di una protezione economica per poter insegnare liberamente e una protezione politica per poter realizzare il suo progetto di rinnovamento della religione europea.

IL TRASFERIMENTO A NAPOLI
Di Giordano Bruno purtroppo non esistono molti documenti autobiografici, ma si sa che dopo i primi anni trascorsi nella sua città natale a 14 anni si trasferì a Napoli dove fece i primi studi umanistici di logica e grammatica presso l’università e seguendo le lezioni dei liberi insegnanti che praticavano al di fuori dell’ateneo.  Nella capitale del Regno spagnolo assistette probabilmente a numerosi processi e condanne a morte per rogo in piazza ad opera dell’Inquisizione che, in quegli anni turbolenti, combatteva contro ogni tentativo di instaurazione di altri credo che avrebbero minacciato la centralità politica e culturale della Chiesa in Europa (calvinismo, luteranesimo, chiesa anglicana, protestantesimo).

L’INGRESSO IN CONVENTO
Nel giugno del ’65 il futuro filosofo rinascimentale cambiò il suo nome “Filippo” in “Giordano Bruno” ed entrò in convento unendosi a una comunità di circa centocinquanta frati domenicani. Quella napoletana era probabilmente una delle più numerose comunità monastiche del meridione, organizzata in forma “democratica” cioè che prevedeva l’elezione diretta dei principali organi (maestri, priori, maestri provinciali etc). I motivi per cui il giovane nolano scelse di entrare in convento erano probabilmente gli stessi che spingeva la gran massa di richiedenti di allora: fuggire dalla miseria, godere di protezione e non ultimo avere la possibilità di conseguire titoli di studio necessari ad avere una vita più agevole in un epoca dove l’ascensore sociale non esisteva.  Bruno insomma non prese l’abito tanto per rispondere a una vocazione quanto piuttosto per dedicarsi agli studi accademici e alla ricerca filosofica con maggiore tranquillità, tanto che, da subito, manifestò il suo rifiuto all’ortodossia cattolica al punto che fu oggetto di alcune inchieste disciplinari per aver suggerito ad alcuni suoi confratelli di buttare via le immagini dei santi – la cui venerazione l’aveva liquidata come “poco cristiana e molto simile alla superstizione” – e di concentrare la loro vocazione verso Gesù Cristo. Vi erano in queste prime posizioni forse le influenze delle letture clandestine di Erasmo da Rotterdam. Si trattava di un autore le cui opere erano vietate. L’ ” Elogio della follia” ad esempio, il suo scritto più famoso, era stato indicato da Paolo IV come contrario alla dottrina per aver criticato gli eccessi del culto mariano.

Nel frattempo, già in quegli anni napoletani, Bruno stava cominciando a dedicarsi alla mnemotecnica (le tecniche di memorizzazione) che faranno da sfondo ai suoi studi più maturi e saranno la chiave d’accesso alle più importanti case regnanti europee, tra cui quella del cardinale Scipione Rebiba e di papa Pio V a cui si sarebbe recato accompagnato da lui addirittura in carrozza per  insegnare loro l’arte della memoria. 

L’ABBANDONO DELL’ABITO E L’INIZIO DELLA FUGA
Alla fine del ‘500 la Riforma Luterana era ormai una forma confessionale consolidata nell’Europa centro-occidentale e il Nolano (aggettivo da lui stesso impiegato per autodefinirsi) aveva appena deciso di abbandonare l’abito clericale per fuggire all’autorità e alla giustizia dei suoi superiori e di diventare a tutti gli effetti un’apostata. Inizia così la prima fuga, precisamente da Roma, dove aveva fatto il primo trasloco da Napoli proprio per insegnare la mnemotecnica alle più alte cariche cardinalizie e papali. Si realizzava in questo modo una condizione di “fuggitivo dall’Ordine” che peraltro era una pratica tutt’altro che inusuale tra i clericali dell’epoca, specialmente tra coloro che erano entrati in convento per finalità diverse da quelle della vocazione e della carriera.

LA VITA IN CONVENTO
In convento la vita formale di ritiro spirituale e sociale non era per tutti sempre un percorso lineare verso la preghiera, era molto spesso un ambiente di raccolta delle più diverse personalità di quella società turbolenta, dove latrocini, ribellioni, peculati erano la norma. Ma non solo, erano frequenti anche i casi di detenzioni abusive di armi con episodi di ferimenti, omicidi, oppure frequentazioni di prostitute anche all’interno delle mura conventuali. Ecco allora che l’abbandono dell’abito di Bruno era solo uno dei numerosi episodi di ribellione che caratterizzavano la vita degli uomini di chiesa.  Molti di questi si concludevano con la cattura e la condanna a morte, altri si risolvevano in una vita clandestina e perennemente in fuga dalle efficientissime maglie di controllo dell’Inquisizione, capace di scovare traditori e rinnegati quasi ovunque in Europa.

LA PRIMA VOLTA A VENEZIA
Dopo Roma, Venezia fu la prima tappa di una lunga serie di fughe che porterà Bruno fino ai confini più settentrionali del continente europeo. Obiettivo era quello di cercare una posizione presso le corti più illuminate, come quella del sovrano francese Enrico III di Valois che aveva la fama di uomo colto, generoso e ospitale protettore di filosofi, letterati, musicisti ma anche banchieri e mercanti molti dei quali italiani. Dal territorio della Serenissima, Bruno, dove aveva fatto in tempo a mandare alle stampe l’opera astrologica “De’ segni de’ tempi”, tentò di avvicinarsi a quello francese ma, la reputazione di avere strade insicure, lo convinse a virare verso Ginevra che allora era nominata la “Roma protestante”. Bruno non era certo calvinista (Calvino aveva la stessa intolleranza criminale dell’Inquisizione romana) ma fu attratto forse dalla fama di tolleranza filosofica della repubblica. Li lavorò come correttore di bozze ma, non appena entrò in contatto con la Chiesa italiana locale fu subito denunciato e incarcerato per diffamazione perché aveva mandato in stampa un libretto in cui enumerava gli errori commessi nel corso di una lezione dal ministro della Chiesa, Antoine de la Faye. Sottoposto a processo guadagnò la libertà rinnegando la sua critica “piegando il ginocchio a terra”. 

ABIURARE PER SOPRAVVIVERE
Diversamente da quanto fece nella difesa al suo ultimo processo, presso il Tribunale dell’Inquisizione di Roma che lo condannò a morte nel febbraio del 1600, in tutti i precedenti episodi di condanna, Bruno scelse, per evitare la punizione definitiva e guadagnare le libertà, di abiurare anteponendo pragmaticamente la propria sopravvivenza alla coerenza intellettuale. La disponibilità all’abiura tuttavia fu dichiarata anche a Roma ma fu tardiva e incerta, al punto che poi fu smentita dai fatti per l’intransigenza dello stesso Bruno e quel rapporto di forza con la condanna si concluse col rogo in piazza.

LIONE E TOLOSA, E FINALMENTE PARIGI
Alla fine del 1581 Bruno lasciò la città di Calvino e si trasferì prima a Lione e poi a Tolosa. Fu così che la sua fama di insegnante di mnemotecnica raggiunse la corte di Enrico III che lo volle a sua disposizione. Sotto l’ombra protettiva del re di Francia, a Parigi, il Nolano scrisse e pubblicò proficuamente, tra cui anche l’unica commedia il “Candelaio” dove face una pesante parodia in lingua italiana dei pedanti, degli ipocriti e dei superstiziosi che circolavano nella sua Napoli spagnola.  Dalla Francia fuggì nuovamente e si diresse alla volta dell’Inghilterra perché – come aveva dichiarato agli inquisitori veneziani – la terra di re Enrico era ormai diventata teatro di pericolose guerre di religione.



L’INGHILTERRA
Oltre Manica la tappa di Giordano Bruno dopo la capitale francese era Londra, dove la regina Elisabetta I, dichiarata eretica e scomunicata dal Pio V, era diventato il prossimo obiettivo di corte. L’idea sarebbe stata di persuadere la regina facendo leva sul suo protestantesimo e farsi promotrice di un’alternativa alla Chiesa di Roma. A Londra Bruno pubblicò lo “Spaccio della bestia trionfante” (1584) che rappresentò la definitiva rottura con la dottrina cattolica. Qui la religione egizia fu preferita a quella cristiana ed ebraica a cui rimproverava di “aver perso la capacità di comunicare con la divinità usando il linguaggio della natura, conseguendo solo buio e ignoranza”. Anche le opere successive del periodo londinese, come gli “Eroici furori”, continuarono ad approfondire il solco che separava il filosofo nolano dalla chiesa cattolica, collocandolo in una posizione di pericoloso ateismo e di sprezzo verso ogni fede dogmatica e imposta. 

LA SPERANZA NEL NAVARRA PER UNA RELIGIONE SENZA DOGMI
Negli ultimi anni di libertà Bruno ritornò sul continente europeo che ancora una volta si presentava in una condizione di instabilità generale: conflitti tra città, conflitti religiosi, fanatismo, principi incapaci di governare. La prima tappa fu nuovamente la Francia e Parigi in particolare dove si stava decidendo sulla successione a Enrico III. Questi, in assenza di eredi diretti, proponeva come suo successore Enrico di Borbone, re di Navarra. La legittimità di tale scelta era però ostacolata dalla Chiesa che aveva scomunicato il Borbone per il suo calvinismo strisciante. Bruno sceglieva di sperare in questa incoronazione perché la vedeva come una opportunità di vantaggiose relazioni alternative a quelle cattoliche più allineate e quindi più contrarie ai suoi sogni di riforma religiosa europea. Secondo Bruno, ma anche secondo molti altri intellettuali e osservatori dell’Europa di allora, a fronte della grande instabilità del continente urgeva l’instaurazione di una pace religiosa attraverso l’adozione di una sola religione purché fosse etica, filosofica e senza dogmi. Il modello che proponeva era quello cattolico  purché profondamente riformato. Ma queste speranze di riforma rimasero tali non solo per l’epoca di Bruno ma anche per quelle successive e le divisioni confessionali continuavano a opporsi l’una sull’altra con reciproca violenza. Per il filosofo nolano invece rimase il peso di quella simpatia navarrina, aggravata dal fatto che il re ribelle divenne comunque monarca francese a tutti gli effetti, finanche ai giorni del processo romano, quando, nonostante egli cercò nelle sue difese di disconoscere il suo appoggio al Borbone, il sospetto per gli accusatori rimase sempre così forte al punto che costituì uno dei punti fondamentali dell’impianto accusatorio.

DIREZIONE PRAGA
Nel 1588, affievolita la possibilità di vedere un concreto sostegno al suo progetto; i continui sberleffi degli intellettuali, delle cerchie reali e delle effimere conoscenze per le sue teorie riformatrici e, non ultima, la mancanza di una serenità generale per il timore di incappare in un arresto da un momento all’altro, si convinse che una soluzione poteva essere trovata a Praga, presso l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, la massima autorità politica del continente e soprattutto protettore di filosofi naturali, astronomi e maghi. Insomma si prospettava al Nolano una possibilità calzante per vedere concretizzate le sue vocazioni.

Tuttavia anche qui entrò subito in collisione con i protestanti e appena un anno dopo ricevette la scomunica pastorale.  


A FRANCOFORTE LA TRAPPOLA
All’inizio dell’ultimo decennio del ‘500 Giordano Bruno fece un andirivieni tra Zurigo e Francoforte e nel mentre pubblicò la sua opera mnemotecnica “De imaginum, signorum et ideaurm compositione” . Nella città tedesca conobbe, all’importante fiera del libro che si svolgeva ogni anno sulle rive del Meno, due librai italiani, Giacomo Brictiano e Giovan Battista Ciotti, i quali gli avevano raccontato delle grandi attenzioni che i suoi scritti stavano riscontrando in Italia in quegli anni. Inoltre, il Ciotti, mise in contatto Bruno con un ricco veneziano, Giovanni Francesco Mocenigo, che, alla lettura del “De Minimo” e sapendo della fama di mnemotecnico del Nolano manifestò l’intenzione di conoscerlo personalmente. Una volontà di conoscenza che si fece esplicita inviandogli una lettera proprio a mezzo dell’editore senese, il Ciotti: desiderio del nobile – ufficialmente come confessato agli inquisitori alcuni mesi dopo – era imparare da Bruno la mnemotecnica per migliorare la sua capacità di fare affari. Bruno a quel punto accettò di offrirsi come insegnante ricevendo in cambio protezione, copertura legale, cibo e un tetto.

Il Mocenigo in realtà sapeva della fama di Bruno come “mago” e volle che il maestro gli trasmettesse alcune “tecniche magiche” per migliorare la propria posizione finanziaria ed economica nei suoi lucrosi traffici. Voleva insomma usare la magia (Nera o Bianca che fosse purché efficace) per comandare a propria volontà i suoi schiavi e soprattutto intermediari e rivali. Visto però che il filosofo nolano non poté accontentare il desiderio del nobile, subito il rapporto tra i due si incrinò. La permanenza in casa del Mocenigo si ridusse  così a poche settimane in quanto, una volta manifestata l’idea del Nolano di rientrare a Francoforte per stampare alcune sue opere, ricevette, in risposta, dal padrone di casa-protettore, una denuncia agli inquisitori veneziani. Il motivo era che quest’ultimo temeva che il filosofo avesse inventato una scusa per andarsene e non insegnargli ciò che avrebbe voluto.

I SOSPETTI DELL’INQUISIZIONE ROMANA VERSO BRUNO
Giordano Bruno, fin dalla fuga dal convento romano era diventato un “ricercato speciale” dagli ecclesiastici cattolici e, man mano che faceva esperienza di contatto con le altre confessioni europee, aumentavano i pericoli di cattura nei confronti del filosofo. La pesante instabilità del continente e l’elezione a papa di Clemente III, ritenuto troppo ottimisticamente dal Nolano più accondiscendente alle proprie posizioni riformiste,  lo convinse a valutare concretamente il rientro in Italia. La storia di Bruno però era ancora a tutti gli effetti incompatibile con il rigore dogmatico cattolico, specialmente dal ramo inquisitorio che aveva come obiettivo portare a termine col processo la condanna per eresia del filosofo. Non solo, anche altri elementi della storia di Giordano Bruno non potevano essere considerati attenuanti.

Ecco un elenco di modus operandi del filosofo che furono sottoposti a mal giudizio da parte dell’Inquisizione:

  1. Giordano Bruno era un viaggiatore – Per gli ecclesiastici erano molto sospette le persone che si allontanavano troppo dal proprio luogo di origine. In quell’epoca di grandi moti riformatori (calvinismo, protestantesimo etc) il pericolo che qualche fedele potesse subire influenze diverse da quella cattolica accendeva un timore di potenziale instabilità per la Chiesa. I mercanti e gli intellettuali italiani che viaggiavano erano sottoposti a sorveglianza da parte di vescovi e dai giudici di fede. Addirittura Clemente III proibì formalmente nel 1596 che i cattolici italiani andassero ad abitare in città dove non era permesso il culto romano.
  2. Giordano Bruno era un frate che si era ribellato – Questo fatto metteva il filosofo campano nella lista dei ricercati di prim’ordine da parte della Chiesa, per il tradimento commesso al patto di fede e per il pericolo che comportamenti del genere diventassero faro di emulazione per altri soggetti potenzialmente instabili.
  3. Bruno era diventato un filosofo naturalista – Le divagazioni speculative dei filosofi cinquecenteschi verso verità diverse da quella cattolica, tanto meno quelle che riproponevano una rivisitazione di religiosità arcaiche e pagane erano ufficialmente vietate. I filosofi – secondo quanto imposto dalla Chiesa – dovevano fare ricerca e insegnamento solo privilegiando la verità cristiana. È chiaro che davanti a questa posizione la riscoperta della religione naturalista degli Antichi Egizi da parte di Bruno, non poteva che essere un elemento di ulteriore contrasto con la Chiesa.
  4. Bruno era un riformatore politico – Una delle spinte motivazionali che portò Bruno in giro per l’Europa era la ricerca di una condizione economica serena; di un protettore politico che gli consentisse di fare indagine e insegnamento libero da vincoli dogmatici e, non ultima, intercettare monarchi illuminati che concretamente volessero (e potessero) contribuire con la loro forza militare e politica a realizzare un processo di riforma religiosa pacificatrice e adogmatica nel continente europeo. In questo progetto Bruno avrebbe voluto dare il suo apporto scientifico e metodologico ma, paradossalmente, il successo di Enrico di Navarra a Parigi che sembrava presagire una breccia riformista e, nel contempo, l’appoggio dell’aristocrazia veneziana a questa nuova corte, accentuò il nervosismo dell’Inquisizione che vedeva in Bruno uno dei più pericolosi pensatori riformisti in circolazione, capace, grazie alla sua intelligenza unanimemente riconosciuta, di mettere in serio pericolo la stabilità culturale e politica imposta da Roma a gran parte dell’Europa. Filosofia e politica insomma, in Bruno, erano dimensioni intercambiabili e per questo egli era pericoloso per la Chiesa. Come un diavolo da controllare ed estirpare il prima possibile dalle radici del dissenso. 

LA SCELTA DELLA SERENISSIMA
Venezia in pieno Cinquecento era la capitale dell’omonima repubblica, denominata ufficialmente la Serenissima Repubblica di Venezia. Sebbene si trattasse da un punto di vista territoriale di un piccolo stato rispetto dal punto di vista economico, grazie alla tradizione marinaresca e mercantile, si era guadagnata una solidità economica e di riflesso e godeva di rispetto da parte delle altre grandi potenze di allora, con cui instaurava, inevitabilmente, fiorenti scambi commerciali per trafficare le sue merci approvvigionate  dall’Oriente. Questa condizione di forza relativa era sovente sufficiente a garantire una certa libertà di pensiero ai suoi cittadini e, non di meno, una capacità di resistenza alle ingerenze della Chiesa Cattolica. Ma Venezia non era solo una repubblica di contabili, mercanti e marinai, grande importanza era data anche alla cultura e in particolare alla cultura laica e libera, al punto di avere nel suo territorio l’Università di Padova nota per la sua indipendenza proprio dalle influenze dogmatiche della chiesa romana. Una indipendenza dimostrabile dal fatto che l’ateneo era stato l’unico a rifiutare la norma emanata da Pio IV nel 1564 che imponeva ai laureandi il giuramento alla fede cattolica. In più, a marcare ulteriori distinzioni politiche e culturali con Roma, Venezia, già nel 1589, riconobbe la legittimità di Enrico di Navarra al trono di Francia, quando ancora il re ribelle era sotto scomunica.

Questi elementi parvero a Giordano Bruno sufficienti a far ricadere la sua scelta di un prossimo rientro nei territori italiani. Padova fu quindi la prima tappa dove poté manifestare liberamente il proprio appoggio al Borbone di Francia. In più, ad attrarre il Nolano nella città universitaria fu anche la notizia della cattedra vacante di matematica ma l’aspirazione rimase delusa, al punto che, quando egli era già finito nelle mani dell’Inquisizione veneziana, la cattedra fu assegnata a Galileo Galilei

LA SOTTOVALUTAZIONE DI ROMA
Al rientro di Bruno a Venezia, convinto di essere approdato veramente in uno Stato immune dalle ingerenze dogmatiche e persecutorie di Roma, si lasciò andare a conversazioni e dibattiti, spesso pubblici, in cui dichiarava, anche con sprezzane ironia e provocazione, tutta la sua alterità alla visione cristiana della verità. Un abbassamento della guardia che lo portò a sottovalutare quanto, invece, l’Inquisizione, coi suoi occhi clandestini ma attenti, teneva molto sotto controllo la situazione sulle possibili minacce alla propria autorità religiosa. In più, la loquacità provocatoria di Bruno era così sfacciata sulla limitatezza altrui, e così puntigliosa, che attirò anche l’ostilità di coloro con cui aveva maggiori affinità. E fu proprio tra costoro che montò l’antipatia e il disprezzo fino al punto di tradirlo e di informare gli osservatori cattolici della sua presenza e della sua pericolosità. E pochi ribelli e rivoluzionari riuscivano a farla franca rispetto a Roma. Nulla, superata la bassa soglia di tolleranza, poteva essere cancellato con un colpo di spugna e tutto ciò che mostrava incertezza di adesione assoluta al dogmatismo romano, nel più breve tempo possibile doveva essere fermato ed eliminato, per evitare (come proprio stava accadendo in quel periodo) che la ribellione contaminasse il resto della società europea e diventasse una minaccia per il potere temporale della Chiesa.

BRUNO A VENEZIA
Dopo Padova, Bruno accettò di andare a casa del Mocenigo a Venezia dove ebbe una permanenza di alcune settimane. Ad un certo punto però decise di tornare a Francoforte per stampare alcune sue opere. Mocenigo interpretò questa intenzione come una volontà di fuga e di abbandono delle lezioni. Fu così che il 23 maggio 1592, il nobile veneziano denunciò Bruno all’Inquisizione veneziana per blasfemia, disprezzo delle religioni, di credere nell’infinitezza di mondi, di fare pratiche magiche, di credere nella metempsicosi e di negare la verginità di Maria e delle punizioni divine. L’intervento dell’Inquisizione fu immediato e la stessa sera Bruno fu arrestato e incarcerato. 

CHI ERA STATO GIORDANO BRUNO FINO ALL’ARRESTO A VENEZIA
Non vi sono dei ritratti, ma solo delle autorappresentazioni e una di queste si trova nel Candelaio (scritto teatrale di Bruno del 1582) e si autodefinisce come un cane che ha ricevuto mille spelliciate oppure come un gallo che ha combattuto bene, anche se l’ha persa, una dura battaglia. Bruno aveva un profondo senso di se  si considerava un messaggero mandato dagli dèi mandato tra gli uomini a riportare ordine dopo secoli di tenebre che erano state opera del Cristianesimo contro cui egli combatte una battaglia molto aspra e molto dura. 

Bruno visse costantemente una condizione di uomo solo. Non fu un isolato ma fu un uomo solo perché egli si muoveva all’interno di una posizione filosofica nettamente originale che andava in contrasto con quelle che erano le linee fondamentali della filosofia e della religione del suo tempo. Anche la sua morte avvenne in una condizione di grande solitudine e nel silenzio di tutti i grandi pensatori a lui contemporanei, fra cui Keplero, il quale si chiese come mai il filosofo nolano avesse deciso di morire in quel modo dal momento che non credeva in un Dio che fosse distributore di meriti e di colpe. Ma Bruno era persuaso che la verità è un valore in sé e che essa vada difesa e per essa bisogna battersi al di là di qualsiasi principio di ricompensa.

DISSIMULAZIONE E MARTIRIO
Il motivo per cui Bruno è stato messo al rogo è che il suo è il pensiero più radicalmente anticristiano del 500. Bruno però combatte duramente per non morire. Sta in carcere circa 80 mesi e non fa, come molti credono, il martire che va incontro alla morte. La domanda è piuttosto: perché alla fine Bruno accetta di morire e di dire “no” a Papa Clemente VIII°  che pure aveva cercato di dargli una possibilità di salvezza?

  • Bruno ha due grandi processi, uno a Venezia e uno a Roma.

 A Venezia dissimula
Nel processo veneziano Bruno è convinto alla fine di essere riuscito a “salvare la pelle” e per questo Bruno, a Venezia, si dimostra perfino disposto ad abiurare (= ritrattare) e a genuflettersi. L’unica condizione che pone è che questa cerimonia non sia pubblica. Perché Bruno si comporta in questo modo a Venezia? Perché Bruno crede di riuscire a scappare dall’Italia e dagli aguzzini inquisitori e a riprendere a girare per l’Europa e a salvaguardare la verità. Questo perché Bruno è pronto a dissimulare. Dissimulare  che non vuol dire “simulare”. Perché simulare significa “imbrogliare”, “mistificare”. Nel caso invece della “dissimulazione” significa “nascondere” che è una cosa profondamente diverso dall’imbrogliare nel senso di ingannare. Bruno è disposto a “dissimulare” e lo teorizza addirittura nello “Spaccio della bestia trionfante” (1584) dove dice che bisogna anche dissimulare per salvare la verità. Se per salvare la verità è necessario anche nascondersi, bisogna essere pronti a farlo perché la verità va comunque difesa. Egli a Venezia dissimula continuamente . Dissimula su tutta una serie di posizioni; nega tutta una serie di affermazioni che ha fatto invece nelle sue opere: a Ginevra dove lo cacciano i calvinisti; a Oxford dove lo cacciano i puritani; in Germania da dove lo cacciano i protestanti. Bruno entra ed è scomunicato da tutte le chiese operanti in quel momento in Europa. Ma è disposto a dissimulare perché in questo modo è disposto a salvare la verità.

A Roma non può dissimulare, deve rinunciare alla sua verità
Perché a Roma invece sceglie direttamente di andare incontro alla morte? Perché a Roma si accorge di essere stato messo in un angolo, in particolare dal Cardinal Bellarmino, al punto che per salvarsi deve rinunciare al nucleo costitutivo della sua filosofia. Capisce insomma che non ha più spazio per dissimulare e a quel punto, quando è posto di fronte all’alternativa fra abiurare e rinunciare alla propria filosofia e morire per affermare la verità, quando la dissimulazione non è più uno strumento in grado di nascondere salvaguardando la verità, allora Bruno decide di morire. 

LE ACCUSE E LA DIFESA
Nel settembre 1599 l’Inquisizione non ha ancora emanato un giudizio di condanna. Questo perché Bruno era stato estremamente abile a difendersi, cercando anche di sostenere che le sue posizioni eterodosse le aveva sostenute prima che la chiesa cattolica le avesse dichiarate tali. E all’interno del processo, il tema dall’anima universale; il tema della materia universale; il tema della materia-vita infinita universale diventano centrali. Perché se io assumo che la materia universale è la stessa per tutti; se io non vedo più nessuna distinzione fra l’anima dell’uomo e l’anima del maiale e dal punto di vista corporeo non vedo più alcuna distinzione  fra il corpo dell’uomo e il corpo del maiale, perché c’è un solo spirito, questo implica un carattere metempsicotico e cioè che la stessa anima che ora nel corpo di un uomo potrà finire nel corpo di un maiale e viceversa.  Non c’è più distinzione tra le anime degli uomini e le anime degli animali. E allora se le cose stanno così dove vanno a finire il principio dell’anima individuale e della sua immortalità ? E quindi della possibilità del giudizio di dio che si esercita sulle anime individuali e sui singoli individui? È l’anima individuale che è immortale ed è l’anima individuale che viene sottoposta al giudizio per la sua responsabilità individuale. Ci sono dunque i concetti dunque il concetto dell’immortalità e dell’individualità dell’anima. Bruno tiene il concetto dell’immortalità dell’anima ma cancella il tema dell’individualità dell’anima. Perché non c’è un’anima individuale che restando individuale viene sottoposto ad un giudizio che riguarda l’individualità di ciò che ha detto e di come si è comportato. Perché ciascun’anima viene poi reimmessa nel ciclo della metempsicosi e quindi l’anima di uomo può ridiventare anima di bestia e l’anima di bestia può ridiventare anima di uomo. 

LE ANIME DI SPECCHI
In un’immagine degli atti processuali Bruno dice ” […] esiste una grande anima del mondo e si rompe in una infinità di frammenti di specchi e una volta esaurita l’esperienza di vita di ciascuno ritornano al grande specchio e dal grande specchio ritornano nuovamente come frammenti di anima nei singoli individui. Per il cristianesimo non è così, quando l’anima torna al grande specchio, lì resta e sulla base di quello che ha fatto viene punita o viene premiata. Per il cristianesimo il circolo avviene una ed una sola volta e sulla base di ciò che avviene in quell’unica volta, l’anima individuale viene punita o premiata. Per Bruno il circolo avviene infinite volte e quando Bruno parlava di se, dice che anche lui ricordava di essere vissuto in altre forme che non necessariamente erano quelle di un corpo umano.

Bruno a questo punto introduce il principio del merito individuale e non lo fa per un principio di carattere teologico come fanno i cristiani, ne lo fa perché crede in un dio distributore di meriti e castighi nei confronti della singola individuale anima immortale, lo fa per un principio civile. Soltanto se l’uomo opera; soltanto se l’uomo si dà da fare e soltanto se l’uomo acquisisce meriti; soltanto se tutti gli uomini si battono per acquisire meriti allora il convitto umano, la società degli uomini, vanno avanti. Questa era del resto la grande responsabilità dei riformati che cancellando l’opera e cancellando i meriti cancellano le fondamenta della civiltà. Qui c’è all’interno della posizione di Bruno una contraddizione o una forzatura. Perché se guardiamo alla filosofia di Bruno e al movimento degli atomi, tutto questo avviene secondo un movimento che non ha altra spiegazione se non il movimento. Ma se Bruno avesse accettato questo principio toglierebbe il valore del merito. Allora, nello “Spaccio della bestia trionfante” forzando la sua posizione fa questo tipo di ragionamento: “ È vero, io che sono uomo posso ridiventare maiale e viceversa. Però io ho una responsabilità che consiste nel fatto che se mi comporto in modo meritorio ritorno ad essere uomo, se invece mi comporto in modo bestiale divento maiale”. Cioè stabilisce un rapporto tra la metempsicosi e il merito. L’anima va verso l’animale o verso l’uomo a seconda di come ti sei comportato nella vita precedente. Bruno è così convinto della metempsicosi di essersi già incarnato in altre figure bestiali. Questo è un punto centrale della sua filosofia ed è inaccettabile per un teologo come Bellarmino. Perché questo liquida completamente la responsabilità dell’uomo; il tema della responsabilità individuale; il tema della individualità dell’anima e il tema dell’immortalità individuale di ciascun’anima.


LA LIBERTÀ DI FILOSOFARE
Quando Bruno si rende conto che è stato messo all’angolo durante il processo romano e viene interrogato sui principi della sua filosofia e che non è più possibile dissimulare, allora in quel momento Bruno decide di accettare la morte e fa una solenne dichiarazione :“ Non capisco di cosa pentirmi”. È qui è nata l’immagine eroica di Bruno legato molto alla sua morte. Questa morte ha inciso sicuramente nella costituzione della figura di Giordano Bruno e al suo grande mito. Il che non vuol dire che Bruno non sia stato un sostenitore della libertas filosofanti cioè della liberta di filosofare. È un punto che è persino più radicale di Galileo. Per Bruno ciò che connota l’uomo all’interno della realtà è la libertà di filosofare. La libertà della ricerca. “ Noi – diceva – dobbiamo sempre alzare gli occhi al cielo e guardare permanentemente alla divinità, soprattutto i filosofi e gli intellettuali che hanno il compito e la responsabilità di guidare la società civile”. Per fare ricerca è fondamentale la libertà senza la quale non c’è ricerca. 

LA MORTE SUL ROGO
Bruno alla fine accetta di morire mentre l’ambasciatore francese si lamenta che a piazza Farnese arriva puzza di carne bruciata, Bruno con la sua morte fa anche una grande testimonianza della sua filosofia. Ci sono però alcuni nuclei centrali della filosofia moderna da cui Bruno si distingue:

1) Intreccio tra filosofia e biografia – In Bruno è centrale il rapporto tra filosofia e biografia. È questo il motivo per cui combatte così duramente per non morire. Perché egli sa che nella sua esperienza autobiografica si attua il disvelamento della verità dopo le tenebre del ciclo ebraico-cristiano con l’apertura di una nuova epoca per l’umanità, incardinata anche sulla ripresa del mito egizio, della magia, della mnemotecnica. C’è questo intreccio complesso tra vita e filosofia che rende ardua la decifrazione del pensiero di Bruno. Se si leggono i testi volgari di Bruno per esempio i dialoghi, tutte le epistole che precedono i vari dialoghi sono tutte imperniate su descrizioni di carattere autobiografico. Ma questa autobiografia non è per Bruno qualcosa di estraneo alla sua filosofia mentre il pensiero moderno post-bruniano (quello seicentesco) spezzerà l’intreccio tra biografia e filosofia.

2) Valorizzazione del corpo e della corporeità – Accanto all’intreccio tra filosofia e biografia in Bruno c’è quello tra corpo e corporeità. Nell’opera de “ Il candelaio” questo tema appare addirittura in maniera esasperata ed è altrettanto presente negli “Eroici furori” in cui dice che solo coinvolgendo direttamente il corpo è possibile che l’uomo riesca a vedere la verità. La verità che può essere vista solo nella forma di un’apocalisse, di un’illuminazione perché la distanza tra finito e infinito, tra l’uomo e dio, fra l’uomo e l’infinita verità resta comunque e sempre incolmabile.


Autore: Pierpaolo Spanu

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